Così Ted Hughes scacciò il fantasma di Sylvia Plath
Così Ted Hughes scacciò il fantasma di Sylvia Plath
I rapporti Versi patinati che segnano una presa di distanza: la luce che attenua il calore
Leggendo il Meridiano da Nicola Gardini e Anna Ravano dedicato a Ted Hughes si fa qualche scoperta. Si scopre che a distanza di quarantacinque anni dal suo suicidio il mito di Sylvia Plath è intatto, intoccabile. Si scopre, parlandone con gli amici, che il confronto con il marito Ted è inevitabile. Si scopre che la grandezza di Ted Hughes, del poeta Hughes, non è indiscussa. Approssimativamente, dentro di me, si era formata la convinzione che Hughes somigliasse al nostro Montale. L’ idea era quella di un percorso analogo: un poeta fino a un certo punto; un altro poeta, verso la fine. Con Lettere di compleanno Ted Hughes esce dal riserbo intorno alla propria persona e vita – in modo chiaro, non più ellitticamente, o per correlati obiettivi. L’ autobiografia al posto delle idee, o di un crudo catalogo dei fatti osservati, fiori, uccelli, animali. Ma questa idea del percorso simile del poeta inglese a quello del poeta italiano, che dopo i tre grandi libri di giovinezza e maturità aveva, con Satura, tutto rovesciato, s’ era portata con sé l’ erronea idea d’ una comparabile altezza delle due voci. A leggere il Meridiano, cominciando dall’ eccezionale saggio di Gardini, che pure ciecamente crede nel suo poeta, e proseguendo con la puntigliosa biografia della Ravano, quando si arriva al testo, alla sua vastità, alla sua incombenza, la percezione si va modificando. No, Ted Hughes non è affatto un poeta grande come Montale. Perché, in effetti, un simile paragone? E qui torniamo alla prima scoperta. Non c’ è lettore del poeta inglese e della poetessa americana che, conversando dell’ uno e dell’ altra, non abbia sentito il bisogno di sottolineare come Ted Hughes fosse superiore, proprio come poeta, alla Plath. In modo così ripetitivo, da far nascere qualche domanda. Che le due biografie si intreccino in modo irrevocabile, si sa. Si sa, anche, quanto si intreccino i due testi, i diari dell’ una e le poesie dell’ altro. Ma questo cosa cambia? Davvero la vita è, rispetto all’ opera, così cruciale? Davvero non si esce dal garbuglio di queste due opere senza separarle e senza separare ciascuna opera dall’ una e dall’ altra biografia? Forse sì. In tal senso mi sono fatta questa idea: che a parte qualche lampeggiante verso, l’ opera maggiore della Plath sia nel suo diario e nelle sue lettere. In questi due testi le maschere di cui, Hughes dice, l’ io di Sylvia si ricopriva in modo ossessivo sono meno artefatte. «Essere nata donna – scrive la Plath – è la mia terribile tragedia. Dal momento in cui fui concepita sono stata condannata a sviluppare le mammelle e le ovaie piuttosto che il pene e lo scroto, condannata a una sfera d’ amore, di pensiero e di sentimento rigidamente circoscritta dalla mia ineluttabile femminilità». Perché non crederle? D’ altra parte nella poesia Daddy il rimpianto-risentimento per il padre morto quando Sylvia aveva dieci anni è chiaro: «Papà, ammazzarti avrei dovuto. / Ma sei morto prima che io / Ci riuscissi, tu greve marmo, sacco pieno di Dio». Il padre era tedesco, la Germania e l’ Europa per la giovane americana erano un incubo, forse un rimorso. Quando la Plath sposò Ted Hughes sembrò aver convogliato verso questo «colosso» (per usare un termine della stessa Plath) tutto l’ alone di morte che si trascinava dietro, come un’ ombra. In quanto a lui, in quanto a Hughes, la sua vitalità è, al contrario, straripante. Egli è, comunque, un colosso. Nulla lo ferma. Neppure il suicidio, sei anni dopo quello di Sylvia, della seconda moglie Assia sembra incrinarne la potenza (non già, io credo, l’ eventuale cinismo): Assia muore nel marzo del 1969, Hughes si sposa per la terza volta nell’ agosto 1970. Come si legge in tante delle poesie raccolte in Lettere di compleanno – una memoria dettata tutt’ altro che da un senso di colpa o da nostalgia – il sentimento oscuro, il lutto, veniva dall’ America, non già dalla vecchia Europa. I due sposi interrogano gli spiriti. Dopo mille tergiversazioni e inconcludenze (nella poesia Ouija) la risposta è: «Verrà la fama. Fama per te, soprattutto. / La fama è inevitabile. E quando arriverà / l’ avrai pagata con la felicità, / tuo marito e la vita». Scritto quarant’ anni dopo la morte di Sylvia, da parte del marito come profezia non è un granché, ma è qualcosa come giudizio. Ancora di più nella poesia intitolata Cappotto nero. Ted si spinge verso il mare. Sylvia lo guarda da lontano, nella sua mente non c’ è che il padre. Ma: «Non mi accorsi / che, mentre le tue lenti si stringevano, / lui mi scivolò dentro». Lui, cioè il padre di lei. Già Giovanni Raboni aveva osservato la qualità rivelatrice di questo testo e come, in genere, tutto Lettere di compleanno fosse una presa di distanza dal cumulo emotivo che al suo autore era stato scagliato addosso prima dalla moglie, poi da tutto il mondo. Vorrei però aggiungere che queste 88 poesie, come l’ intera opera di Ted Hughes, sono non solo un atto di presenza ma anche una presa di distanza, una distanza (ne segnalo una) per il nostro gusto, per così dire democratico, piuttosto fastidiosa. Vi è in esse una patina, una smaltatura. Che conferendo luce ne attenua il calore. Se la tecnica del primo Hughes è quella di Eliot (il correlato obiettivo, svuotato di ogni proprietà simbolica), il tema è quello di Lawrence. Basterà allora confrontare qualunque poesia di Corvo, in genere descrittiva in modo laconico, con Uccelli, bestie e fiori, appunto di Lawrence, per saggiare l’ energia ma anche la remissività livellatrice di Hughes rispetto alla semplificazione, perfino la brutalità, ma insomma la forza d’ urto, del suo quasi conterraneo: «Che sciocchezza pretendere che cavoli e piante d’ ibisco siano uguali!». Sciaguratamente, Lawrence sta parlando del socialismo, dei socialisti. Il termine di confronto naturalistico è tutto sbagliato. Ma ciò che a Lawrence mai viene meno è il coraggio di pronunciare la sua verità. L’ autore Edward James Hughes, (Mytholmroyd, 1930 – Devon 1998) noto come Ted, esordì nel 1957 con la raccolta di versi «Lo sparviero nella pioggia», seguita da numerose altre. Nel 1956 aveva sposato la poetessa Sylvia Plath. Alla loro separazione (1962), seguì il suicidio di lei (1963), del quale il poeta fu ritenuto responsabile. La loro relazione è oggetto del suo ultimo libro di poesie «Lettere di compleanno».
Cordelli Franco
Corriere della sera
Anna Ravano
“Sylvia Plath, Opere”
di Anna Ravano
Sylvia Plath, scrittrice che oppose una posizione di duro rifiuto dell’oppressione maschile, e per questo simbolo delle battaglie femministe negli anni ’60, nacque a Boston nel 1932, da padre entomologo e madre casalinga.
La sua carriera scolastica fu ottima e brillante; scrisse con successo e conseguì molti premi, uno dei quali la condusse a New York, ospite di un’importante rivista del tempo, ma questa città, col suo ritmo di vita frenetico ed ossessionante, in fondo vuota, la sconvolse.
Tornata a casa non riuscì più a dormire, a mangiare, a scrivere. Andò da uno psichiatra che le praticò l’elettroshock, tentò il suicidio, fu salvata, entrò in manicomio.La psicoterapia e gli elettroshock le consentirono di abbandonare ben presto la clinica, e la sua vita riprese con l’università, i corsi di poesia, la tesi di laurea su Dostoewskij e l’amore per il poeta inglese Ted Hughues, che sposò dopo qualche tempo.
Per Sylvia, educata ai valori della società americana, il successo era fondamentale, ma la nuova condizione di moglie era un ricatto continuo alla sua attività di scrittrice.
Inizialmente svolse in modo normale le mansioni di casalinga e di moglie, e la sua creatività non venne meno, anzi, intraprese con successo la strada della poesia, ma poi nacquero i figli e la sua vita cominciò a trascinarsi su un binario monotono, e la maternità, da gesto creativo, diventò fonte di frustrazione e causa di depressione; infine scoprì di essere diventata irrimediabilmente la moglie, con la consapevolezza che, dall’altra parte c’era l’amante, perché il suo Ted la tradiva. Sylvia si separò e portò i figli con sé, cominciando a vivere in ristrettezze economiche.
E’ proprio in questo periodo che esplose la sua attività letteraria; nel 1960 pubblicò “The Colossus”, presentazione immediata del suo stile personale ed elaborato e, come tentativo di liberazione, andando indietro nel tempo, testimonianza del suo crollo psichico, scrisse il romanzo “The Bell Jar”, in italiano “La campana di vetro”, che pubblicò nel 1963 con lo pseudonimo di Victoria Lewis.
Definito anche la storia di una schizofrenica, più che la ricostruzione di una patologia, “La campana di vetro” è la testimonianza del disperato bisogno di affermazione di una donna lacerata dal conflitto irrisolto tra le aspirazioni personali ed il ruolo imposto dalla società, conflitto che, già a diciassette anni, la spingeva a scrivere:…Ho paura di crescere. Ho paura di sposarmi. Non voglio ridurmi a cucinare tre pasti al giorno, essere intrappolata nel tran tran quotidiano. Voglio essere libera… (“Letters home”).
Sylvia non era “matta”, era solo una donna fragile, sensibile e in crisi, che aveva tentato di seppellire l’ansia di libertà e la vocazione di scrittrice in un matrimonio apparentemente felice; infatti non rifiutò mai il suo ruolo, tentò fino alla fine di conciliarlo con le sue aspirazioni, di giorno faceva la madre, accudendo rigorosamente ai suoi figli, alla notte rubava qualche ora per scrivere, cercando di soffocare il proprio istinto di ribellione che riversava solo nelle poesie e che cercava, poi, di farsi perdonare comportandosi da figlia, moglie e madre esemplare:.. non è vero quello che scrivo, sono buona, sono felice, rispetto le regole, lo prova la mia vita, ho fatto tutto quello che una donna deve fare…(“Letters home”), ma poi le aspirazioni a lungo represse riemersero con prepotenza, e le costarono la fine del legame matrimoniale, la solitudine e la morte.
Torturata dalla sua ansia di vivere e di esprimersi, che contraddiceva il ruolo tradizionale di moglie e di madre, lacerata dal conflitto dall’essere per sé e dall’essere per gli altri, in qualche modo, per scrivere poesie, ho bisogno di sapere che ho davanti a me tutto il tempo che voglio: niente pasti da cucinare, niente libri… Sylvia lasciò un’infinità di poesie violente e disperate ed un unico elemento di disordine nella cucina del suo appartamento: il suo corpo senza vita.
Un mese dopo la pubblicazione del romanzo depose pane e latte accanto ai letti dei suoi figli,aprì le imposte della loro stanza, sigillò porte e finestre con nastro adesivo e asciugamani, scese in cucina, aprì il gas, infilò la testa nel forno e si lasciò morire.
Sei giorni prima aveva scritto l’ultima poesia, “Limite”, spedita il giorno stesso all’ “Observer”, poi pubblicata postuma.
In tutte le opere di Sylvia Plath i personaggi vivono situazioni difficili, giovani, donne, ribelli, disadattati, perché attraverso la sua poesia la scrittrice cercava di esorcizzare le drammatiche esperienze di vita personali e, soprattutto, il tormentato rapporto avuto fin dall’infanzia con le figure maschili, a cominciare dal padre, morto quando lei era bambina, ma che aveva condizionato tutta la famiglia con la sua rigidità, per finire con quello ugualmente difficile con Ted, e questo la condusse ad una posizione di duro rifiuto dell’oppressione maschile che la rese, all’epoca, simbolo delle battaglie femministe, ma che ancora oggi sorprende per la sua modernità.
Con questa identificazione femminista non bisogna, comunque, limitare il valore della scrittura di Sylvia Plath che, pur autobiografica, tuttavia rivela un’eccezionale capacità lirica ed un uso sapiente, quasi magico della parola. La sua abilità di riversare l’angoscia nelle parole toccano con forza ancora oggi le corde più profonde della sensibilità, non solo delle donne, è per questo che, pur se saldamente ancorata alla letteratura americana, continua ad essere molto amata ed apprezzata anche in occidente.