Sylvia Plath: Sul sentiero dell’azalea


Frieda

Pubblicato su Senza Categoria di cristina sul 24 Giugno 2007

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Lettori
 
di Frieda Hughes
 
Vogliono soffiare vita nei cadaveri dei loro bambini morti
Le hanno portato via i sogni, raccolto parole da chi
ha sofferto su di sé la loro pena.
 
Hanno inflilano le dita nelle mutandine del suo cervello
in ogni pagina che ha scritto.  La vogliono nuda.
Vogliono sapere chi l’ha creata. 
 
Hanno cercato di piumare di nuovo l’uccellino.
 
L’avvoltoio con la sua testa insanguinata 
succhiava umori
dentro la sua pancia,
 
Hanno studiato la sua forma,
le sue ragioni,
la sua stessa morte.
 
Mentre la loro madri giacevano in tombe tranquille,
imbellite da quell’ordinata, regolare ghiaia smeraldo
mazzi di fiori nel vaso della marmellata, hanno riesumato la mia.
 
Persino le conchiglie che avevo lasciato sulla sua bara.
 
L’hanno rigirata come un pezzo di carne sul carbone
per scrutare i segreti delle sue cosce consumate,
dei suoi seni rinsecchiti.
 
Le hanno tirato fuori le orbite degli occhi per scoprire cosa vedesse,
morsicato la sua lingua in piccoli morsi
per parlare con la sua voce.
Ma ognuno di loro assaggiava carne diversa,
mangiava organi distinti,
toccava altra pelle.
 
Insistevano nell’essere quello
che la conosceva meglio,
quella che aveva la ricetta giusta.
 
Quando uscì dal forno
l’avevano ripulita dalle interiora, pelata,
guarnita per bene.
 
L’hanno reclamata come loro.
E io che per tutto questo tempo pensavo
che più di ogni altra cosa lei fosse mia.
 
pubblicata l’8 novembre 1997 nel Guardian.

Articoli in  inglese

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friedahughes2w.jpg      3 Dic. 2006 

Sul Sunday Times è la notizia dell’uscita di una nuova raccolta di Frieda Hughes, figlia di Sylvia Plath e di Ted Hughes. Non si tratta del suo primo lavoro in versi: Frieda, doppiamente e, per un ramo, anche molto dolorosamente figlia d’arte, aveva già pubblicato due raccolte, Wooroloo (titolo che richiama il nome della cittadina ad est di Perth, Australia, dove si è trasferita dopo la morte del padre) e Waxworks. Uscito la scorsa settimana negli States e in attesa di uscire in Gran Bretagna, il libro, il cui titolo emblematico è Forty-five, contiene quarantacinque brani estremamente biografici, uno per ogni anno di vita dell’autrice, nata nel 1960, appena due anni e mezzo prima del suicidio della madre. Se l’intensità maggiore può sembrare essere riservata ai primi anni, quelli della morte di Sylvia, è vero che la vita di Frieda non è stata priva di dolore in seguito, quando prima la depressione, l’anoressia e un grave incidente automobilistico e poi i conflitti con la matrigna, seconda moglie di Ted Hughes, non hanno fatto che aggravare il peso che l’autrice si è sempre sentita addosso e che ha sopportato come scelta di artista, poeta e pittrice, le cui opere hanno costantemente pagato il culto generato dalla poesia di sua madre. Vale la pena sapere che Sylvia ebbe una bambina, che oggi scrive la poesia come lei e come suo padre: ma vale soprattutto non dimenticare quanto costi l’arte in un mondo dove anche ciò che un poeta ha di più caro viene disputato come un bene materiale. Dopo la morte del padre, nel 1998, Frieda si è lanciata in un battaglia giuridica contro la seconda moglie di questo, Carol, con l’intento di ottenere il controllo della sua eredità letteraria. Se Frieda si è sempre opposta agli adattamenti romanzati della vita dei suoi genitori, rifiutando sistematicamente di collaborare con cineasti e biografi, negando loro il permesso di utilizzare le poesie di sua madre nei film (uno dei quali, il più recente e noto, è Sylvia di Christine Jeffs, con Gwyneth Paltrow nel ruolo della poetessa americana), è vero che la sua poesia non ha potuto nascondere e non nasconde il dramma di un esistenza tormentata da una infelice storia d’amore tra due poeti, dalla quale lei è nata. Quarantacinque e forse più testimonianze che morire è un’arte, per citare la studiosa ed esperta di Sylvia Plath Stefania Caracci, ma lo è ancora più il vivere

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