Grafologia:La scrittura di Sylvia Plath
La scrittura di Sylvia Plath
Questa figura femminile in molti modi ci porta al centro del nostro problema, là dove le contraddizioni si accumulano e diventano insopportabili.
Sylvia Plath aveva 30 anni quando si tolse la vita aprendo il rubinetto del gas una mattina d’inverno, in una casa di Londra dove viveva con i suoi due bambini piccoli dopo la separazione dal marito, il poeta Ted Hughes. Pochi giorni prima era uscito il suo romanzo, La campana di vetro, dove ripercorre in modo chiaramente autobiografico la sua giovinezza e il suo primo tentato suicidio. Ancora inedite le poesie di Ariel che l’avrebbero resa celebre, inizialmente rifiutate dalle case editrici perché troppo violente
E’ difficile sintetizzare in poche righe un personaggio così complesso e contraddittorio, lacerato tra momenti di esaltazione e momenti di assoluta, suicida disperazione. La sua vita è la storia della corsa al successo, e insieme all’autodistruzione, di una giovane donna intelligente e ambiziosa, il cui guscio esterno di brillanti capacità conteneva un nucleo di furia inesplicabile.
Il problema della sua vita era conciliare il suo desiderio di essere intelligente e ‘femminile’ nel senso più convenzionale ed esteriore del termine (visibile, ad esempio, nelle lettere alla madre in cui si permetteva di parlare solo di ricette, vestiti, felicità domestica, ecc.) con la fortissima originalità e la grande rabbia che sentiva dentro. Questa contraddittorietà era, naturalmente, ben visibile a quanti la conoscevano di persona: “dapprima la maschera allegra e sorridente che presentava a tutti e poi, dietro di essa, la persona determinata, insistente, ossessiva, impaziente che, se le cose non andavano come voleva, aveva improvvisi attacchi di collera…” (4)
Sylvia voleva essere un personaggio dotato di abbagliante perfezione, ma quando non controllava la sua vulnerabilità ferita, ed era terribilmente vulnerabile, la sua natura vendicativa esplodeva in modo sconvolgente per quanti le erano intorno. Rendendosi conto di quanto fossero distruttive le sue forti gelosie (“Sì, voglio gli elogi del mondo, soldi e amore e ce l’ho con tutti, specialmente con chi conosco o con chi ha avuto un’esperienza simile, e mi ha battuta.”), richiede aiuto medico, anche perché soffre di una fortissima insonnia che la logora ancora di più.
Dal punto di vista professionale Sylvia Plath a 30 anni è una donna di notevole successo, ma non vuole ammettere a se stessa il prezzo che ha pagato per tutto questo. Non riesce ad avere amicizie (viene considerata malevola, gelosa e piena di rabbia, come abbiamo visto); il suo tanto decantato matrimonio letterario con Ted Hughes è fallito, era stato un cattivo investimento: le poesie battute a machina per lui, l’anteporre la carriera professionale di lui alla propria, di tutto questo non le era rimasto nulla. Lui aveva un’altra e lei invece viveva sola con due bambini piccolissimi a cui provvedere, lavorando al limite delle sue forze anche di notte, continuando a combattere la depressione che la divorava da anni.
La sua morte tragica colpisce ancora di più se si pensa a quanto poco tempo avesse concesso a se stessa per maturare.
In questa figura troviamo riunite tutte le tradizionali e ovvie fonti di disagio femminile, cui orgogliosamente Sylvia Plath si opponeva ignorandole:
- il fattore di rischio connesso all’età e al ruolo biologico, 30 anni, due bambini piccoli, con una situazione economica assai precaria e lontana dalla famiglia d’origine;
- il fattore di rischio connesso al fatto che Sylvia Plath in molti modi era una donna sola, priva di amicizie femminili, in quanto vedeva nelle sue simili solo delle potenziali rivali.
- Sylvia Plath, infine, non ha paura della sua ambizione, del suo successo letterario, anzi agisce fin da ragazza assai concretamente in questo senso (spedisce le sue novelle alle riviste, vince borse di studio, ecc.). Però la sua è una carriera al ‘maschile’: ha rimosso i suoi bisogni di coesione e di intimità, pagando un prezzo altissimo di infelicità personale.
Un insieme di contraddizioni che l’hanno spinta nel baratro della disperazione, portandola al suicidio, scelta assai difficile per una donna. Ricordiamo, infatti, che le donne tentano di uccidersi più frequentemente degli uomini, ma circa il 70% dei suicidi riusciti è compiuto dagli uomini.
L’analisi della scrittura conferma le qualità e i limiti della personalità che hanno sostenuto le tensioni evidenziate nella sua biografia.
Dal punto di vista intellettivo, è un’intelligenza che dà la disposizione alla precisione e all’originalità nell’uso del linguaggio, per la combinazione dei segni Chiara, Accurata, Stretta tra lettere, Disuguale metodicamente, Contorta, Staccata. La tendenza alla precisione nel definire il mondo esteriore e interiore (Chiara, Accurata) diventa esigenza di precisione per le capacità originali e inventive (Disuguale metodicamente), basate sul controllo brusco (Contorta, Staccata) e sull’esigenza di un’osservazione attenta e rigorosa nella scelta dei termini (Stretta tra lettere).
La strettezza tra lettere (mancanza di generosità) a livello linguistico diventa un rafforzativo dell’esigenza di precisione tecnica nell’uso del linguaggio. E’ la stessa combinazione, ad esempio, richiesta nelle scienze sperimentali perché denota la dominanza della funzione junghiana di sensazione: l’individuo è attento a tutte le più piccole manifestazioni del mondo sensibile esteriore (è la funzione opposta a quella dell’intuizione, che invece spazia sopra i dati sensibili).
Sylvia Plath, quindi, dispone di un’eccezionale disposizione intellettiva all’originalità e precisione linguistica, quindi attitudine alla poesia (nelle sue componenti di metrica, assonanza-dissonanza dei termini, piena padronanza e differenziazione lessicale, ecc.)
I problemi nascono a livello di sentimento, nella rigidità della personalità che eccede nell’imposizione e nell’unilateralità delle vedute. La scrittura è Dritta, indice della piena centratura della personalità su se stessa, ma tutte quelle doti che la rendono precisa e originale nella lingua, a livello umano non funzionano, prima di tutto nei confronti di se stessa e successivamente neanche nei rapporti con gli altri.
Il forte autocontrollo, l’esigenza di precisione, l’originalità, la strettezza nel giudizio, l’attenzione alle esteriorità, l’inquietudine interiore per eccesso di autocontrollo, la permalosità, rappresentano, singolarmente e prese nel loro insieme, delle mine vaganti nella personalità, che possono esplodere a seguito della più lieve sollecitazione.
E’ un soggetto orgoglioso, che si prendeva tremendamente sul serio (Accurata, Stretta tra lettere danno la permalosità dovuta a poca larghezza di vedute).
Il sentimento è esigente, anche perché è molto originale, ma stenta a manifestarsi. Inoltre è portato ad analizzare tutto, quello che dà e quello che riceve (Staccata) con una specie di rigore fiscale, accentuato anche dalla presenza del segno Contorta (controllo)
Il segno Larga tra parole sottomedia non le permette di ragionare un po’ di più sulla sua situazione per arrivare ad una forma di autocontrollo dovuto alla ponderazione.Esplode sempre molto prima.
La scrittura conferma le sue grandi doti di scrittrice, ma anche la sua difficoltà di essere un po’ più indulgente con se stessa e con gli altri.
su 16 Giugno 2009 su 6:09 am
Silvia era destinata ad andarsene perchè aveva il segno grafologico della tendenza al suicidio, da me scoperto (molto verosimilmente), in un contesto in in cui l’elemento causale (il fattore scatenante) è di natura endogena. In altre parole, anche se non si fosse separata e se avesse avuto successo in tutto, prima o poi, se ne sarebbe dovuta andare (non si faceva autenticamente accostare e, dunque, non era possibile aiiutarla a maturare un’organizzazione più armonica).
Al di là del fatto che il segno grafologico di cui sopra è, attualmente, solo patrimonio dell’Associazione grafologica di Filografia, resta il fatto che la grafologia tradizionale (soprattutto non morettiana) non ha gli strumenti per penetrare questa grafia.
Si necessita di andare al di là del punto di vista della grafologia morettiana attuale e di andare al di là di ogni punto di vista della psicologia (ovvero anche delle altre grafologie). In altre parole, se si vuole penetrare una scrittura, si necessita di una psicologia che dovrà chiamarsi grafologia. Questa grafologia ha già preso avvio, nelle mie elaborazioni e nei miei studi.
Per altro verso, se si vuole davvero penetrare questa grafia, bisogna coniugare i segni grafologici per genere e si necessita di demistificare Moretti. Partendo da questo punto di vista, ad esempio, si scopre che ogni suo segno grafologico è un’operazione concettuale, attuata per ottenere sindromi che dessero i significati da lui ricercati (operazione lecita ai fini della coesione e della completezza del metodo – si badi, di un metodo!). Si scopre, allora, che ogni segno grafologico è una sindrome che ha varianti in tre elementi costitutivi universali: geometria (aspetto fondativo), moto e fisionomia.
Ogni variante di un costitutivo universale va studiata in se stessa ed in relazione con le varianti degli altri due. Si ha un insieme, che se è posto in relazione con l’aspetto comunicativo e la funzione simbolica della grafologia, restituisce un segno grafologico. Quest’ultimo, giacchè è un’operazione concettuale, risente di un punto di vista, mentre le varianti degli universali hanno un significato universale, cioè valido in sè e per sè, ovvero immutabile.
Nell’ambito della grafologia morettiana, inoltre, si impone una riflessione sui segni che sono a base della stessa. Questa riflessione mi ha portato ad elaborare una nuova concezione di Curva ed Angolosa, che contiene al suo interno la precedente. In altre parole, la grafologia è progredita.
Da questa nuova concezione di Curva ed Angolosa, inoltre, è stato possibile pervenire a definire un criterio per coniugare i segni (tutti) per genere.
Concludendo, tutto considerando, il dramma di questa grafia, che pure è, sul piano della semiotica, Angolosa, consiste in ciò: il soggetto è preso dall”insanabile contraddizione di perseguire un ideale femminile, concepito in modo esagerato e minuzioso, nel mentre se lo sabota con analogo ed intenso accanimento.
La nuova grafologia, che sa coniugare i segni per genere, però, sa che questa contraddizione solo in apparenza è tale. In realtà, l’esasperazione del primo termine (ricerca accanita di un ideale femminile), comporta logicamente il secondo (il sabotamento). In effetti, il sabotamento è funzionale al riconoscimento, che, in un femminile esasperato, è ovviamente ricercato con forte accanimento e testardaggine. Di conseguenza, il riconoscimento, se concepito femminilmente, è in contraddizione con se stesso (si pensi a Rovesciata, solo per fare un esempio).
Nella scrittura in esame, l’elemento di grave aggravio è costituito dalla particolare strategia utilizzata per il sabotamento, che è basata sull’angolosità è sulla discontinuità emotiva ed affettiva. L’elemento di rottura è costituito dal fatto che le forze che si contrappongono sono ambedue molto forti, cosicchè rendono il contesto assai fragile (si pensi alla ghisa).
L’epilogo si spiega con l’impossibilità pratica del soggetto di accettare i compromessi, in un contesto in cui nella sua scrittura è presente il segno (nella sua forma grave) del bisogno di non esserci più.
Per saperne di più http://www.filografia.it/forum/viewtopic.php?f=128&t=1119&sid=3bb46c1067e5d1052c58ce8293b1d178. L’articolo comunica la scoperta (molto probabile) del segno della tendenza al suicidio.
Grazie per l’attenzione.
Guido Angeloni
su 16 Giugno 2009 su 7:21 am
Rileggendomi (il primo intervento l’ho scritto di getto) mi sono accorto che debbo una precisazione.
Il riconoscimento femminilmente inteso è in contraddizione con se stesso, ma tale contraddizione non è affatto disfunzionale.
Alla base della contraddizione di cui sopra, vi è la contraddizione di curva (il termine è volutamente scritto con la minuscola): il bisogno di essere contemporaneamente buoni e bravi. Il buono e il bravo, infatti, sono in contraddizione (talora, se si è buoni non si è bravi e viceversa).
Ora, nella mia concezione (grafologicamente ricavata – ovvero desunta su base logica dalla riflessione sui costitutivi universali dei segni, e, per altro verso, riducendo a simboli grafici, ovvero studiabili grafologicamente, le principali fasi evolutive) il femminile e il maschile psicologoco sono bioolgicamente determinati. Questa conclusione, che può sembrare ovvia, va valutata nel suo giusto rilievo: è ricavata su base grafica e simbolica e, dunque, conferisce un nuovo status alla disciplina grafologica e consente di coniugare i segni per genere.
In definitiva, le contraddizioni si cui sopra sono funzionali alla vita, perchè favoriscono l’insorgere di strategie tese a consentire al femminile di compiere il suo destino. Gran parte di queste strategie, inoltre, consistono nel facilitare al maschile di compiere il destino per il quale è stato programmato, dandogli l’impressione che il protagonista sia lui.
Sul piano della psicologia (ovvero della grafologia), l’ideale non consiste nell’annullamento delle contraddizioni (che comportrebbe guasti profondi), ma nel portarle a sintesi utili ed adattive.
Una tale sintesi, infine, ha come condizione necessaria, ma non sufficiente, un grado di Curva di 6/10. Già a 7/10, però, in una donna Curva inizia a diventare eccessivo: la nuova grafologia sa darne una spiegazione convincente, logica e coerente.
In altre parole, sa definire il femminile psicologico (ovvero, grafologicamente inteso), ma anche, ovviamente, il maschile (al confronto, in sè, però, questi è almeno un po’ banale).