inediti
Ennui (1955)
Tè in foglie vanifica chi corteggia le catastrofi,
allineando futuri dove non accadranno:
scorri il palmo della zingara e sbadigliando
lei non predirà di rimasti rischi da affrontare.
L’azzardo è ora arido: naif d’un cavaliere
che trova orchi fuori moda e inauditi draghi,
mentre principesse dichiarano blasé le fiere
battaglie al terrore come perfetto assurdo.
La bestia nelle jamesiane vie tranquille non assalirà,
forzando a crisi la carriera stagnante dell’eroe;
e quando noncuranti angeli caleranno a tromba la briscola del Signore,
mentre folle oceaniche annoiate per un turno appariranno ansiose,
sperando nella strage, né premi o scuse
strapperanno donna o tigre al fato, alle sue cieche porte chiuse.
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Senza titolo
Mi sporgo verso il cielo
E potrei caderci se
Qui non mi reggessero
Le intelligenti briglie della mia identita’,
Il dolce nauseante odore femminile
Dietro le opache tende d’un profumato
Boudoir – pallida luce arancio.
Lenta, accurata grazia – seduzione,
Ossessione, liquide secrezioni,
desiderio che rotea in flussi mensili,
Sorrisi imbellettati e labbra languide,
Occhi annebbiati e carne bianca. Altro
Non e’ che adipe, latte di linfa,
Grasso su seni e cosce e, dentro,
solo il serpente torto delle ovaie,
Il tessuto nervoso dell’utero,
Ricettivo sempre, colmo del fluido
Attivo d’ una passione opposta, dopo
L’apice, droga ipnotica,
L’ eterno ricordare, il curvarsi,
Rilassando le membra. I frutti passivi
D’una passione morta marciscono, crescono
Nell’addome. Ella si disfa
In una fragrante e tiepida pozza. Musica
Non c’e’ piu’ dolce d’una traballante, cigolante
Carrozzina, del familiare
Odore della soffici feci brune indurite
Sui diaspri. Quanto in fretta si trasferisce
Il proprio Io a quello del bambino e, consolate
Da speranze e sogni vicari,
Volutamente si cede alla decadenza
Del corpo, all’eventuale passaggio
Della carne alla zolla, alla disintegrazione
Della mente, delle ghiandole creatrici di tutto
Quel che mai siamo state. Rido vedendo
Le gonnelline bianche, le fasce dorate,
Le luci rosse delle macchine, ferme
Lungo strade notturne, immerse nelle furtive
Tenebre – le labbra, sottili e pallide, piene e
Affamate, s’incontrano, si dissetano al
Cieco incendio. Amputate gli organi sessuali.
Nota critica e traduzione
di Erminia Passannanti
Questa lirica inedita, composta probabilmente alla fine degli anni Quaranta, e’ stata di recente ritrovata da un libraio londinese, Rick Gekoski, in mezzo a un corpo di 100 pamphlet, pubblicati in Francia nel 1975. La poesia, consegnata a suo tempo dalla Plath all’editore JJ Dufour su un foglio a righe di tipo scolastico, appartiene alla produzione giovanile di questa poetessa che e’ certamente tra le piu’ grandi del Novecento. L’unica copia esistente del pamphlet, dal titolo Trois Poemes Inedits, contenente tre poesie manoscritte per sei pagine complessive, e’ stata venduta da Gekoski per 5.750 sterline a un collezionista privato. Le altre copie vennero probabilmente date al macero dall’editore stesso e di queste poesie non rimase traccia nemmeno nella bibliografia redatta dal marito della Plath, il poeta inglese Ted Hughes. Malgrado l’ evidente immaturita’ stilistica, la lirica qui tradotta, con il suo accento sull’ambiguita’ e problematicita’ dell’eterna lotta tra i sessi, contiene, a livello embrionale, uno dei temi fondamentali della poetica plathiana di raccolte come The Colossus e Ariel, incentrata sull’analisi dell’identitˆ femminile come nevrosi, e sulla sessualita’ e la maternita’ considerate, da una certa distorta angolazione, come illusioni, ferite, mortificazioni dell’Io.
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su 6 Novembre 2009 su 5:27 pm
Ammazzare
La nostalgia che opprime
giornate buie e tempestose
del cuore.
Il silenzio dei muri del pensiero
strizzano il cervello
tanto da farlo schizzare fuori
dalle orbite, accecando lo sguardo
che non trova pace.
Credere di fuggire da un sentimento
chiudendo tutto è solo un illusione.
Spalancare tutto cercando di sfidarlo è altrettanto arduo
Si può dimenticare in un solo modo…
Non amando.