La campana di vetro
L’unico romanzo da lei scritto è, appunto, ‘La campana di vetro’ nel quale, attraverso delle esperienze piuttosto autobiografiche, descrive le vicessitudini di una giovane ragazza, Esther Greenwood, affetta da gravi disturbi psichici e mentali. Esther, 19enne americana, vince una borsa di studio a New York. Qui incontra ed impara a conoscere tante persone, tutte con caratteri e comportamenti diversi, facendosi spesso influenzare. La giovane ha anche un fidanzato che ben presto comincia a non accettare e volere più. Forse a causa della consapevolezza di sentirti e di essere diversa, forse spinta dalle pressioni che la società impone ad una fanciulla, Esther si sente sempre più depressa e incapace di vivere, svolgendo tutte quelle azioni che un tempo sembravano banali. Vari e vani saranno i tentativi di suicidarsi ma sopravviverà sempre, per un motivo o per un altro. Infine, sotto la pressione della madre, verrà presa in cura da vari medici e sottoposta a diverse terapie che la porteranno ad affrontare un esame, un colloquio finale per poter tornare a vivere normalmente.
Una sorta di scalata verso la ‘normalità’, una ragazza che si sente sempre più sola, sconfortata ed estrane alla vita. Un disagio comune in tante persone che come Esther non sanno se alla fine dei conti sia possibile fuoriuscire da questa campana di vetro e respirare aria pura, aria di libertà.
L’intera opera di Sylvia Plath riflette il profondo senso di disagio e di angoscia che distingue la letteratura americana del secondo dopoguerra. I rapporti interpersonali sono superficiali, i personaggi soli, schiacciati dalle istituzioni, oppressi dalla paura di non essere come la società vuole che siano e, comunque, vittime di un sistema che non consente a nessuno di scegliere liberamente. Non c’è tenerezza nei rapporti umani, neanche tra madre e figlia.
“A un tratto la mamma mi toccò il braccio e io la seguii nell’interno della sala. Ci mettemmo a sedere sopra un divano tutto a protuberanze che scricchiolava ad ogni movimento. Poi il mio sguardo scivolò al di sopra delle persone verso lo sfavillìo del verde oltre le tende trasparenti e mi sentii come se stessi seduta nella vetrina di un enorme magazzino: quelle figure attorno a me non erano persone vere, ma manichini, dipinti in modo da sembrare gente reale e atteggiati così da contraffare la vita.”