Poesie scelte
La rivale
“Se la luna sorridesse, somiglierebbe a te
tu lasci lo stesso sapore
di qualcosa di bellissimo, ma che annichilisce.
Sia tu che lei siete grandi seccatori.
La sua bocca a O si addolora sul mondo. La tua è
Immobile, e il tuo primo dono è pietrificare ogni cosa
Lì c’è un mausoleo. Qui ci sei tu,
picchietti il marmo del tavolino con le dita,
cerchi le sigarette, maligno come una donna, ma non così nervoso, e muori dalla voglia di dire impertinenze.
Anche la luna umilia i suoi sudditi,
ma di giorno è ridicola.
I tuoi malumori, d’altra parte,
arrivano per posta con un’adorabile regolarità,
bianchi e vani, espansivi come il monossido di carbonio.
Non vi è un solo giorno al riparo da tue notizie,
forse a spasso da qualche parte in Africa,
ma sempre pensando a me.”
Years
Entrano come animali, dallo spazio all’esterno
dell’agrifoglio,
dove le punte non sono i pensieri verso cui mi volto,
come un Yogi,
ma sono verdezza, oscurità,
e così pure esse si congelano e rimangono.
Oh Dio, io non sono come te
nel tuo nero fatuo,
inzeppato di stelle, brillanti e vacui confetti.
L’eternità mi annoia,
non l’ho mai desiderata.
Quello che amo, invece,
è il pistone in movimento—
la mia anima ne muore.
E gli zoccoli dei cavalli,
il loro crudele fermento.
E tu, grande Stasi—
cosa c’è di davvero grande in te?
E’ una tigre quest’anno, questo ruggito alla porta?
È un Cristo,
l’orribile
boccone di Dio dentro di lui,
che muore dalla voglia di volare e farla finita?
Le bacche sono loro stesse, perfettamente impassibili.
Gli zoccoli non lo prenderanno,
nella distanza blu i pistoni sibilano.”
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CANTO DEL MATTINO
Come un grasso orologio d’oro l’amore ti mise in moto.
La levatrice schiaffeggiò le piante dei tuoi piedi, e il tuo grido pelato
prese il posto tra gli elementi.
Le nostre voci echeggiano, magnificando il tuo arrivo. Nuova statua.
In un museo percorso da correnti d’aria, la tua nudità
adombra la nostra sicurezza. Ti attorniamo vacui come mura.
Non sono più madre tua io
della nuvola che distilla uno specchio per riflettervi la sua propria lenta
cancellatura per mano del vento.
Tutta la notte il tuo fiato-di-falena
ondeggia tra le rosee lisce rose. Veglio per ascoltare:
un mare lontano muove nel mio orecchio.
Uno strillo, e dal letto incespico, pesante come una vacca e floreale
nella mia vestaglia vittoriana.
La tua bocca s’apre nitida come quella d’un gatto. Il riquadro della finestra
s’imbianca e ringoia le sue tetre stelle. E ora tu provi
un tuo trillo di note;
le chiare vocali sorgono come palloni d’aria
Da Getting There
[…] E’ il fianco di Adamo,
questa terra da cui mi levo, nei tormenti.
Non posso disfarmi, e il treno sta sbuffando.
Sbuffando e ansimando, come quelli di un diavolo.
[…]Il treno si trascina, urla—
animale
che smania di arrivare alla destinazione,
alla macchia di sangue,
alla faccia che è in fondo al bagliore.
[…]E io, uscendo da questa pelle
di vecchie bende, noie, vecchie facce,
vengo a te dal nero carro di Lete,
pura come un neonato
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LETTERA D’AMORE
Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta
anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov’ero per abitudine.
Tu non ti limitasti a spingermi un po’ col piede, no-
e lasciare che rivolgessi il mio piccolo occhio nudo
di nuovo verso il cielo, senza speranza, è ovvio,
di comprendere l’azzurro, o le stelle.
Non fu questo. Diciamo che ho dormito: un serpente
mascherato da sasso nero tra i sassi neri
nel bianco iato dell’inverno-
come i miei vicini, senza trarre alcun piacere
dai milioni di guance perfettamente cesellate
che si posavano a ogni istante per sciogliere
la mia guancia di basalto. Si mutavano in lacrime,
angeli piangenti su nature spente,
Ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano.
Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.
E io continuavo a dormire come un dito ripiegato.
La prima cosa che vidi fu l’aria, aria trasparente,
e le gocce prigioniere che si levavano in rugiada
limpide come spiriti. Tutt’intorno giacevano molte
pietre stolide e inespressive,
Io guardavo e non capivo.
Con un brillio di scaglie di mica, mi svolsi
per riversarmi fuori come un liquido
tra le zampe d’uccello e gli steli delle piante
Non m’ingannai. Ti riconobbi all’istante.
Albero e pietra scintillavano, senz’ombra.
La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.
Cominciai a germogliare come un rametto di marzo:
un braccio e una gamba, un braccio, una gamba.
Da pietra a nuvola, e così salii in lato.
Ora assomiglio a una specie di dio
e fluttuo per l’aria nella mia veste d’anima
pura come una lastra di ghiaccio. E’ un dono.
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Perseo, Il trionfo dell’arguzia sulla sofferenza
Da sola, la testa ti mostra nell’atto prodigioso
di digerire ciò che solo i secoli digeriscono:
le gigantesche, massicce statue del dolore,
indissolubili al punto da crivellare le interiora
di una balena e dissanguarla fino al pallore
nel salso mare. Fu facile per Ercole ripulire
quelle stalle: sarebbero bastate le lacrime di un bimbo.
Ma chi si offrirebbe d’inghiottire il Laocoonte,
il Galata morente e le innumerevoli pietà
che incancreniscono alle partei oscure di cappelle,
musei e sepolcri d’Europa? Tu.
Tu
che ai tuoi piedi mettesti non piombo, non chiodi,
ma ali, e con uno specchio per tenere in sicura prospettiva
la testa anguicrinita, riuscisti a trionfare sulla gorgonica smorfia
dell’umano tormento: uno sguardo che intorpidisce
le membra, non il lampo del basilisco, non il malocchio,
ma il cumulo dei gemiti estremi e dei lamenti
e delle grida e dei distici eroici che concludono i milioni
di tragedie messe in scena su queste tavole zuppe di sangue,
e ogni fitta di dolore segreto è un aspide sibilante
che pietrifica gli occhi, ogni catastrofe
di villaggio l’ondulata lunghezza di un cobra,
e il declino degli imperi la massiccia spira di un vasto
anaconda.
Immagina: il mondo
contratto a pugno in una testa di feto, scavata, incisa
di sofferenza dal concepimento in poi, ed eccotelo
in mano. Sabbia nell’occhio o pollice dolorante
strappano un soprassalto a chiunque, ma l’intero globo
che esprime dolore trasforma gli dèi, come i re, in pietre.
E queste pietre, spaccate e logorate, diventano massicce
e spargono la disperazione sulla faccia oscura
della terra.
Così tutta la creazione potrebbe infine irrigidirsi
nel rigor mortis, se non fosse per un ventre più grosso
ancora di quello che inghiotte la gioia.
Tu entri ora,
armato di piume per solleticare oltre che per volare
e di uno specchio di baraccone che muta la musa tragica
nella testa mozza di una bambola imbronciata, l’unica treccia,
malridotto serpente, che pende floscia e la bocca assurda
piegata in una lugubre smorfia. Dove sono
le membra classiche dell’ostinata Antigone?
Le rosse vesti regali di Fedra? le sofferenze abbagliate
di lacrime della dolce duchessa di Amalfi?
Scomparse
nella profonda convulsione che ti attanaglia la faccia, muscoli
e tendini contratti, vittorioso, mentre la cosmica
risata cancella le ferite riaperte e suppuranti
di chi soffre in eterno.
A te,
Perseo, la palma, e possa tu conservare
in equilibrio finché si fermi il tempo la bilancia celeste
che soppesa la nostra follia e la nostra saviezza.
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MARIONETTE
“Vede, Signora,
io sua figlia l’ho sempre amata.
Arrivavo ogni mattina con in tasca
pesci vivi, oroscopi e poesie.
Ma la sua bambina aveva nel corpo
lune insanguinate,
l’impronta infangata di uno stivale.
Il suo odio fermentava con la frutta in cantina.
Il suo odio cresceva e cresceva,
strangolava la casa
Vede, Signora,
sono nato in una valle di fantasmi.
Un paese di morti dove quando fa buio
le divise dei soldati marciano vuote lungo le strade.
E ogni notte la sua bionda bambina mi chiedeva di morire,
ogni notte lasciava un cadavere di cenere sul letto.
Un uomo ha in bocca la fame mai sazia dei lupi.
Ha sempre bisogno di mordere,
di succhiare il sapore selvatico.
E il mio sperma impazziva nei lombi,
la nutrivo ogni notte con le gocce dei miei sogni.
Non l’ho cercata, lo giuro.
Mi ha trovato seguendo un’orbita errata di stelle.
Nuotando e nuotando contro corrente.
Allargava i suoi occhi nel buio,
fiutava il mio odore col ventre.
La chiamai dalla riva.
Era un luccio gigante,
una cornucopia di luce nella marea del mattino.
Guizzò nell’aria: aveva un feto nell’iride dell’occhio,
si dibatteva con furia contro l’uncino del mio sesso.
Vede, signora,
ero un baco senza pupille
lei mi chiuse le palpebre con dita sudate,
mi avvolse con un filo di bava
nel suo bozzolo bianco.
E a casa la sua bambina bella cadeva fra i narcisi.
Si rompeva in mille pezzi,
pura e dolorosa come un grido.
Un crack fra le mie mani, così.
La vita le usciva da un fianco,
il sangue tornava alla terra.
Io non centro, lo giuro.
Fece tutto da sola.”
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UNA SANTA AMERICANA
Ci sono amori senza paradiso.
Solitudini che seccano sul grembo
come macchie di parto.
Ted ha messo il suo cuore sotto spirito.
Lei adesso è immortale.
Un altare, una statua,
una icona.
È qui per restare:
sole che nasce all’incontrario,
bocca magica che vomita gigli.
È una madonna azzurra
che brilla sopra il nostro letto.
Ci scruta in silenzio. La bocca dolorosa,
immobile come la luna.
È un geyser che schizza su un continente buio.
Nel suo stomaco fermentano semi,
frumento, bulbi di fiori pronti ad esplodere.
Una divinità preistorica:
corpo di marmo
senza ombelico,
senza padre, né madre
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GAS
La bocca del forno è un animale buono,
lo sbadiglio di un cane sdentato.
La cucina è igienica come un crematorio.
Il gas è una sciarpa di seta nell’aria,
ha l’odore pungente delle ascelle di Ted.
Shura dorme attaccata alla mia schiena.
È un piccolo innesto.
Una farfalla nella coperta;
il suo respiro è una garza.
Fuori la luna imbianca
la potatura senza sangue degli alberi.
Il prato è cangiante come una pellicola esposta.
Due pastiglie, perfette come una comunione
e orbito fuori dal mondo.
Ultimo volo sullo Zeppelin
contro l’irriducibile flusso delle maree.
Apro le orchidee dei bronchi
e respiro respiro.
Il cuore mi batte veloce come quello di un feto.
Un airone mi picchia dentro il cervello.
La casa è un polmone chiuso.
Il dolore ha il sibilo azzurro del gas.
Altre poesie
Rovi
L’aria intera, il giorno intero
vortica dei richiami delle taccole. La stirpe neonata
delle taccole è iniziata
alla taccolità – quella complicata
corte di convenzioni
e precedenze, di sciovinismo e leggi.
Corte che è quasi una prigione – con sbarre
di gridi e di segnali. Carcerieri
sono tutte le altre taccole. Aprendomi una via
tra i grovigli dei rovi
ho pensato di nuovo: mi sentono?
I rovi sono un tale successo, le loro difese
così elaborate,
la loro estensione così intenzionale, sono svegli?
Certo un nimbo di dolore e di piacere
siede sulla loro nuda corona,
la loro offerta sessuale. Certo non sono solo insensibili,
un vano andare a tentoni. E poi perché no?
Non è lo stesso per le cellule del mio sangue?
Le mie cellule cerebrali forse temono o sentono
il bisturi o l’incidente?
Anch’esse incoronano una pianta
di straordinaria insensibilità. E le taccole
si danno segretamente da fare per essere taccole
come se fossero semi nella terra.
L’intera claque è un’ottenebrata religione
intorno alla sintassi e al vocabolario divini
di una muta cellula, che non sa chi siamo
e neppure che siamo qui,
inimminenti come un qualsiasi fiore di rovo.
su 14 Novembre 2008 su 5:23 pm
inutilità del gesto, inutilità della parola. La voce è vento e spazzatura di cenere. Il corpo reclama attenzione e indovina il pensiero. Non ho mani per stringerti, ma solo rovi d’aria per accarezzarti. Non ho senso della rima, non ho sguardi lucenti da donare al mondo. Solo polvere in una cassa rosa, solo un sottile profumo di bonheur in una stanza, solo l’eco di risate lontane. Dio come ti amo senza sosta. dio come manchi all’azzurro e al giallo. Il cielo spento. Le labbra viola.