Sylvia Plath: Sul sentiero dell’azalea


S.Plath e A.Sexton

Pubblicato su Senza Categoria di cristina su 26 Giugno 2007

SYLVIA PLATH E ANNE SEXTON:

SYLVIA PLATH E ANNE SEXTON – LA MORTE COME REDENZIONE  

di Loredana Buccoliero

INTRODUZIONE Della lingua e della scrittura,considerate come operazioni magiche, stregoneria evocatrice. (C. Baudelaire)Ogni esistenza autentica non può che tormentarsi in un bruciante,estenuante conflitto col proprio demone. Compito del poeta è dire lecose come sono, quando sono vissute, quando diventano del cuore edella mente. La poesia diviene prolungamento della propria esistenza, necessaria come linfa vitale, catarsi e unico mezzo di salvezza per anime troppo intimamente corrose da una sensibilità sovrumana, possedute da unamagica divinità-demone che le guida. Ma la poesia non è la salvezza e il poeta che scende nei propri abissi non è detto che possa salvarsi attraverso la poesia. Il poeta tenta semplicemente una via di fuga, spesso non ci riesce ed ecco la crisi, la corrosione del corpo,l’autodistruzione. La poesia, tuttavia, trova un corpo e una lingua incui incarnarsi e corpo e lingua mutano nel poeta finché la vera poesia nasce, nasce cioè una lingua nuova, viva, sanguigna, crudele, eterna,una lingua dell’anima che per vedere la luce ha chiesto al poeta di annullarsi definitivamente. È un parto, quello che accomuna le due
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8poetesse Sylvia Plath e Anne Sexton, che implica la morte del poeta,della donna, della madre. Sono tanti gli esempi di poetesse e donne suicide negli ultimi secoli, esempi di autodistruzione come unica forma di violenza permessa dalle nostre società patriarcali. Si pensi aVirginia Woolf, Marina Ivanova Cvetaeva, Amelia Rosselli, Sara Kane,solo per fare alcuni nomi. Sylvia Plath e Anne Sexton rappresentano emblematicamente questa lotta dell’anima. Due donne che non  riescono solo ad essere delle brave madri casalinghe, si scoprono anche  portatrici di un “demone” interno, quello della poesia, una poesia alfemminile che lotta per essere riconosciuta. Siamo in un contesto storico in cui i ruoli della donna sono prestabiliti dai padri (della Società, della Religione, dell’Imperialismo capitalistaamericano), e la donna deve dar conto dell’ipocrisia della middle-classamericana dell’epoca. In seguito, Sylvia ed Anne, diventeranno una sorta di oggetto di culto per gli studiosi di letteratura inglese e americana e simboli per le femministe americane dell’oppressione a cui la donna soggiace nell’universo chiuso della dimensione domestica. Solo adesso, forse, la poesia femminile può cominciare a pensare di ripartire verso altre autenticità: ma l’opera di sacrificale epurazione, e quindi di fondazione dell’identità femminile poetante, condotta dalla Sexton e dalla Plath era indispensabile per creare la modernità della poesia femminile, fatta, fino alle grandi americane della metà del secolo scorso, di lirismo amoroso e basta.

 indice

INDICE……………………………………………………………………………….4
ABSTRACT………………………………………………………………………………. 5
INTRODUZIONE………………………………………………………………..7
CAPITOLO I ……………………………………………………………………….10
SYLVIA PLATH…………………………………………………………………….. 11
ANNE SEXTON………………………………………………………………..13
IL CONTESTO LETTERARIO……………………………………………….. .15
INFLUENZE LETTERARIE………………………………………………..19
CAPITOLO II …………………………………………………………………………….. ..21
L’INCONTRO DI DUE POETESSE………………………………………22
LA POESIA DI SYLVIA PLATH…………………………………………………25
LA POESIA DI ANNE SEXTON…………………………………………….29
LA FIGURA DEL PADRE NELLA VITA POETICA……………………..31
LA RELIGIOSITA’ NELL’OPERA DI SYLVIA E ANNE…………35
LA MORTE COME REDENZIONE ……………………………………………39
BIBLIOGRAFIA…………………………………………………………………………..45

__
WEBGRAFIA  INTRODUZIONE

Della lingua e della scrittura,
considerate come operazioni magiche,
stregoneria evocatrice. (C. Baudelaire
)

___
Ogni esistenza autentica non può che tormentarsi in un bruciante,
estenuante conflitto col proprio demone. Compito del poeta è dire le
cose come sono, quando sono vissute, quando diventano del cuore e
della mente.
La poesia diviene prolungamento della propria esistenza, necessaria
come linfa vitale, catarsi e unico mezzo di salvezza per anime troppo
intimamente corrose da una sensibilità sovrumana, possedute da una
magica divinità-demone che le guida. Ma la poesia non è la salvezza e
il poeta che scende nei propri abissi non è detto che possa salvarsi
attraverso la poesia. Il poeta tenta semplicemente una via di fuga,
spesso non ci riesce ed ecco la crisi, la corrosione del corpo,
l’autodistruzione. La poesia, tuttavia, trova un corpo e una lingua in
cui incarnarsi e corpo e lingua mutano nel poeta finché la vera poesia
nasce, nasce cioè una lingua nuova, viva, sanguigna, crudele, eterna,
una lingua dell’anima che per vedere la luce ha chiesto al poeta di
annullarsi definitivamente. È un parto, quello che accomuna le due
8
poetesse Sylvia Plath e Anne Sexton, che implica la morte del poeta,
della donna, della madre. Sono tanti gli esempi di poetesse e donne
suicide negli ultimi secoli, esempi di autodistruzione come unica
forma di violenza permessa dalle nostre società patriarcali. Si pensi a
Virginia Woolf, Marina Ivanova Cvetaeva, Amelia Rosselli, Sara Kane,
solo per fare alcuni nomi. Sylvia Plath e Anne Sexton rappresentano
emblematicamente questa lotta dell’anima. Due donne che non
riescono solo ad essere delle brave madri casalinghe, si scoprono anche
portatrici di un “demone” interno, quello della poesia, una poesia al
femminile che lotta per essere riconosciuta.
Siamo in un contesto storico in cui i ruoli della donna sono prestabiliti
dai padri (della Società, della Religione, dell’Imperialismo capitalista
americano), e la donna deve dar conto dell’ipocrisia della middle-class
americana dell’epoca. In seguito, Sylvia ed Anne, diventeranno una
sorta di oggetto di culto per gli studiosi di letteratura inglese e
americana e simboli per le femministe americane dell’oppressione a
cui la donna soggiace nell’universo chiuso della dimensione
domestica.
Solo adesso, forse, la poesia femminile può cominciare a pensare di
ripartire verso altre autenticità: ma l’opera di sacrificale epurazione, e
9
quindi di fondazione dell’identità femminile poetante, condotta dalla
Sexton e dalla Plath era indispensabile per creare la modernità della
poesia femminile, fatta, fino alle grandi americane della metà del
secolo scorso, di lirismo amoroso e basta.
10
CAPITOLO I
Profili biografici e
Contesto letterario
11
 SYLVIA PLATH
Sylvia Plath nasce il 27 Ottobre 1932 in un sobborgo di Boston.
Trascorre l’infanzia e l’adolescenza in famiglia, all’interno di un
ambiente colto e conservatore. Il padre, Emil Plath, figlio di genitori
tedeschi, muore quando lei ha 8 anni. La carriera scolastica di Sylvia è
assolutamente brillante e, grazie ai suoi scritti, consegue molti premi.
Uno di questi la conduce a New York ospite di un’importante rivista
del tempo. La frenetica metropoli però ha su di lei effetti devastanti e
mina il suo già fragile equilibrio psichico. In quelle frequentazioni
Sylvia avverte il peso dell’ipocrisia della middle-class americana,
spesso adagiata su di un facile atteggiamento progressista, e il rientro a
casa è sempre accompagnato da gravi crisi. In quegli anni, siamo nel
1953, già si parla per Sylvia di cure psichiatriche, primi ricoveri in
manicomio, tentato suicidio ed elettroshock. Successivamente riprende
l’università, laureandosi con un tesi di laurea su Dostoevskij e sposa
nel 1956 il poeta inglese Ted Hugues, unica relazione intima ed
importante della sua vita. Nel ’60 esce The Colossus, la sua prima
raccolta di poesie. I due poeti vivono a Londra e hanno due figli ma è
proprio con la nascita del secondo bambino che il matrimonio si
incrina fino a che Ted, nel ’62, se ne va definitivamente con un’altra
12
donna. La maternità, da gesto creativo, diventa fonte di frustrazione e
causa di depressione. Resta sola a Londra nella casa di Fitzroy Road,
che un tempo fu dimora di Yeats, senza soldi, divisa tra il dover
provvedere ai bambini, la necessità di scrivere come una furibonda
esigenza interna e la nostalgia di Ted. Scrive in questo breve periodo,
tra il ‘62 e il ’63, i suoi lavori più famosi: The Bell Jar, uscito nel ’63 con
lo pseudonimo di Victoria Lewis, testimonianza del disperato bisogno
di affermazione di una donna lacerata dal conflitto irrisolto tra le
aspirazioni personali ed il ruolo impostole dalla società. L’11 febbraio
1963, è passato solo un mese dalla pubblicazione del romanzo, Sylvia
mette accanto ai lettini dei suoi bimbi due ciotole di latte, fette di pane
e burro per la colazione del giorno dopo, sigilla porte e finestre,
scende in cucina, mette la testa nel forno e si toglie la vita. Escono
postumi a cura di Ted: Ariel nel ’65, Johnny Panic and the Bible of Dreams
nel ’68, Crossing the Water e i Diari nel ’71.
13
 ANNE SEXTON

Anne Gray Harvey nasce il 9 Novembre 1928 a Newton, nei dintorni
di Boston. Il padre era un uomo di affari, all’apparenza integerrimo,
ma dedito all’alcool. Sua madre, Mary Gray, era una donna
devotissima al marito. Anne cresce in fretta, seguita dalla zia zitella più
che dalla madre, la quale non tollera la sua irrequietezza. Non va bene
a scuola, si rifugia in numerosi flirts. A soli 19 anni sposa Kayo
(soprannome di Alfred Muller Sexton II), un commerciante dotato di
abbondanti mezzi: trova in lui un uomo protettivo e affidabile, l’unico
costante sostegno della sua vita. Anne mette al mondo due figlie, ma la
nascita della seconda le provoca una grave depressione post-partum: il
giorno prima del suo ventottesimo compleanno tenta il suicidio con i
barbiturici. Viene internata a Westwood Lodge, dove inizia una terapia
psicanalitica col dottor Martin Orne. L’incontro con Orne è per Anne
una seconda rinascita: a ventinove anni si scopre donna di scrittura.
Anne sente di appartenere ad un gruppo sociale: “Questa è la mia
gente” ebbe a dire del popolo degli psicopatici e dei poeti. Cambia
profondamente, stringe un forte rapporto di amicizia con un’altra
poetessa, Maxine Kumin, con cui scrive a due mani due raccolte di
poesie per bambini. The Double Image è il primo lungo poema composto
dalla Sexton. La sua prima raccolta To bedlam and part way back (1960) è
14
ben accolta dalla critica. Anne è una moglie e una madre impeccabile,
ma per ogni libro ha bisogno di un nuovo amante. Nel secondo libro,
All my pretty ones, (1962) questo ruolo tocca all’affermato poeta James
Wright. Nel 1967 vince il premio Pulitzer con Live or Die. Soldi e fama
non le mancano, in quanto ogni sua apparizione è pagata a peso d’oro,
come poeta performer ha un pubblico vastissimo. Nel 1968 forma un
gruppo rock “Anne Sexton and her Kind”. Nel 1969 pubblica il libro
Love poems e porta a termine il dramma Mercy Street in cui Daisy cerca
di sedurre il padre Ace alla presenza di un testimone scomodo, la zia
Amy. La zia impazzisce. Daisy cerca di espiare la sua colpa ricorrendo
alle cure di uno psichiatra e poi rifugiandosi nella religione, infine si
suicida nella convinzione di liberarsi del peccato.
Negli ultimi anni la tensione maniacale si acuisce. Sorge con
prepotenza il tema delle nozze finali con la morte e il 4 ottobre 1974,
anno del suo divorzio, Anne indossa una vecchia pelliccia di sua
madre, si chiude in garage e si suicida col gas di scarico della sua
automobile. Escono postumi The death notebooks (1974) e The Awful
Rowing Toward God (1975).
15
 IL CONTESTO LETTERARIO

L’opera di Sylvia Plath e Anne Sexton si colloca all’interno di un filone
di poeti chiamati confessionals, termine usato da M.L.Rosenthal nel 1959
in una sua recensione su Life Studies di Lowell per la presenza di un
“io” riconducibile all’autore come persona reale.
Il termine si estese in seguito a indicare un modo poetico che illustra
con franchezza il vissuto anche negli aspetti più personali e intimi. I
testi dei confessionals si presentano frequentemente come una sorta di
monologhi drammatici. La persona che parla è quasi sempre un “io”, il
quale può essere una maschera del poeta o di un altro personaggio,
che viene però fatto parlare in prima e non in terza persona.1
Considerato in una prospettiva temporale adeguatamente ampia, ciò
significa che i confessionals hanno operato all’interno del filone
dominante della tradizione poetica inglese, ovvero quello fondato dai
drammaturghi elisabettiani con in testa Shakespeare. Questa linea
stilistica, da cui discendono i romantici inglesi, è stata avversata nel
Novecento anglosassone da una parte consistente dei modernisti,
innanzitutto da T. S. Eliot ed Ezra Pound. Entrambi americani
espatriati in Europa, questi due poeti contribuirono, con la loro poesia
1 Cfr. Introduzione di Edoardo Zuccato in .Anne Sexton: L’estrosa abbondanza, a cura di E. Zuccato,Milano,Crocetti
Editore 1997, pag.10
16
e la loro attività critica, a una radicale svolta poetica sia per quanto
riguarda le forme metriche e il linguaggio, sia per le tematiche e l’uso
di un supporto mitico. Costoro hanno tentato di soppiantare il
“romanticismo” di origine elisabettiana, che cerca la poesia nello
sfumato del linguaggio, con un “classicismo” basato su precisione
lineare della parola e impersonalità.
Influenzò generazioni di poeti anche l’opera di William Carlos
Williams. All’insegna della sperimentazione poetica, spesso con esiti di
ardua complessità simbolica, è l’opera di Hart Crane, noto per il
poema epico The bridge (1930), Wallace Stevens (The men with the blue
giutar, 1937) e Marianne Moore (Poems, 1951).
Quello che importa notare in questa sede sono alcune conseguenze
naturali di questo quadro per una attenta analisi della poetica di Sylvia
Plath e Anne Sexton, che si fonda sì sul parlato quotidiano, ma viene
combinata con altri registri linguistici e altri referenti culturali (basti
pensare all’uso costante del mito nella Plath). In secondo luogo, c’è del
teatro, ovvero un gusto di auto-drammatizzazione, e quindi di enfasi,
di eccesso espressivo e retorico.
Una nuova, ricca stagione poetica si è manifestata dalla fine degli anni
Sessanta in poi, favorita da un maggior numero di riviste letterarie e
17
dall’incremento di corsi e laboratori di poesia all’interno delle
università.
Ed è proprio in un seminario di poesia di Robert Lowell alla Boston
University, frequentato tra l’altro da poeti di recente o imminente fama
come Maxine Kumin, John Holmes, George Starbuck, che nel 1959 la
trentunenne Anne Sexton e la ventisettenne Sylvia Plath si incontrano.
Robert Lowell, è l’autore, nel 1959, di Life studies, un libro epocale che
da l’avvio ad una nuova tradizione della poesia americana.
In Life studies Lowell presenta un uomo non più nascosto dietro una
tecnica consumata, ma un vivente, malato e disperato, capace di
tenerezza e di violenza, ossessionato dalla sua dissoluzione così come
dai sintomi della dissoluzione della società intorno a lui. La finitezza e
il contingente sono i grandi temi di un libro che della vita mira e riesce
ad essere un’immagine fotografica.2
Si legga, per esempio, la poesia “La camera da letto di mio padre” di cui
si riporta l’inizio:

Nella camera di mio padre :/ fili azzurri sottili/come segni di
penna sul copriletto,/puntini azzurri sulle tende,/ un kimono
azzurro,/ sandali cinesi con strisce azzurre felpate./ Il
pavimento di tavole larghe/ aveva il lustro della levigatura./
La lampada di vetro chiaro sul comodino/ con il paralume di

merletto bianco/ era ancora rialzata di qualche/ centimetro
sopra al volume secondo/ di Lafcadio Hearn…

Life studies fu un testo molto importante sia per Anne che per Sylvia, e
fu proprio grazie a Lowell che Sylvia ebbe un, seppur breve, periodo
di inserimento nella società poetica bostoniana, ed ebbe modo di
incontrare e ammirare Anne Sexton, di cui dirà:
I think particularly of the poetess Anne Sexton, who writes
also of her experiences as a mother; as a mother who’s had a
nervous breakdown, as an extremely emotional and feeling
young woman. And her poems are wonderfully
craftsmanlike poems, and yet they have a kind of emotional
and psychological depth which I think is something perhaps
quite new and exciting.4
Inibid
Cfr. Anne Sexton: A biography di Diane Wood Middlebrook, Boston, ed. Houghton Mifflin 1991, pag. 104 “Penso in
modo particolare della poetessa Anne Sexton che scrive anche della sua esperienza come madre; come una madre che
ha avuto un esaurimento nervoso, come una giovane donna estremamente emotiva e sensibile. E le sue poesie sono
meravigliosamente artistiche, e in più hanno una specie di profondità emozionale e psicologica che penso sia abbastanza
nuova ed eccitante” [ trad. mia]
19

 INFLUENZE LETTERARIE
É facile comprendere come in un contesto culturale quale quello della
Boston del tempo, poeti di notevole rilievo venissero a contatto tra loro
e indubbiamente favorissero reciproche contaminazioni; si pensi in
primo luogo a Maxine Kumin, amica fidata di Anne Sexton, con cui
lavorava fianco a fianco nella rielaborazione delle sue poesie; W. D.
Snodgrass e James Wright, anche loro amici di Anne Sexton e poeti da
lei molto ammirati, furono ispiratori di molte sue poesie.
Sylvia Plath invece fu principalmente influenzata dalla poesia di
Theodore Roethke e Dylan Thomas, poeti che imitava, come lei stessa
ammette nei suoi diari, e di cui assimilò immagini e struttura ritmica. È
inevitabile citare anche Ted Hughes, di cui Sylvia ammirava la poesia
ancora prima che divenisse suo marito; Ted la iniziò a metodi di
scrittura alternativi basati sulla meditazione e sulla concentrazione su
un unico tema poetico per un determinato periodo di tempo, tema che
spesso era lui stesso a suggerire.
In particolare Virginia Woolf fu per Sylvia un importantissimo punto
di riferimento letterario, con cui spesso si confrontava e da cui spesso
attingeva come modello di vita, fino anche a considerare molti dei suoi
tentativi di scrittura prosastica “estremamente woolfeggianti”. Pietre
20
miliari e punti di riferimento fondamentali per Anne Sexton furono
invece A. Rimbaud e in particolare R. M. Rilke di cui amava portare
sempre con sé Lettere ad un giovane poeta.
21
CAPITOLO II
La poesia di Sylvia Plath
e Anne Sexton
22
 L’INCONTRO DI DUE POETESSE
Sylvia Plath e Anne Sexton si avvicinano alla poesia in tempi e con
percorsi molto diversi. La prima comincia a scrivere versi da bambina,
impara rime, si esercita in metri sillabici, villanelle o terzine, la sua è
una poesia fin dall’inizio estremamente cunning, abile, astuta; consulta
per quasi ogni parola il dizionario dei sinonimi, è attratta dalla
perfezione fino al disumano, cresce in un clima accademico di rigore e
competizione intellettuali estremi, ha una fantasia surreale che si
accende non a caso per De Chirico.
Anne, invece, scopre la poesia solo a 29 anni, dopo il suo primo
tentativo di suicidio. La poetessa nacque per una geniale intuizione del
suo psicanalista Martin Orne, il quale le suggerì la scrittura in versi
come terapia. Anne studia da autodidatta, segue i programmi culturali
alla televisione perchè le sue crisi di panico le impediscono di uscire di
casa, coltiva una fantasia di tipo nevrotico che la fa innamorare
dell’opera di Van Gogh. Comincia a scrivere un sonetto al giorno, e poi
a seguire seminari di scrittura creativa, tra questi quello di Robert
Lowell. Ed è qui che nel 1959 incontra Sylvia Plath e divengono grandi
amiche.
23
Le due passano le loro giornate a scolarsi parecchi Martini e a
raccontarsi le loro comuni esperienze di suicidio e ricoveri psichiatrici.
Anne Sexton, che a differenza di Sylvia Plath non soffre di
depressione, cade in trance per ore, si imbottisce di psicofarmaci ed è
vittima di un etilismo devastante. Sylvia è timida, insicura,
perennemente in difficoltà economiche, mentre Anne da moglie
casalinga psicotica si trasforma in poetessa vamp, estroversa, chic,
costantemente seguita da uno staff di collaboratori: gli uomini
divengono indispensabili stimoli sessuali per comporre. La Plath
ammira moltissimo la Sexton, e le invidia il successo con gli uomini.
Ma quando Lowell mette a confronto le poesie delle due preferisce
quelle della giovane Sylvia. È da sottolineare, però, che la mancanza di
istruzione letteraria scolastica in Anne è fonte di pregi e difetti: non c’è
mai nella sua opera un sovraccarico di citazioni e riferimenti colti,
neppure nei testi deboli, dove altri poeti, più dotti, mascherano la
scarsità di ispirazione con l’eccesso di erudizione. Tuttavia, il rapporto
debole con la tradizione è anche un limite, essendo la poesia
comunque la rilettura della tradizione. Se Sylvia Plath, come crede
buona parte della critica, è poetessa più grande della Sexton, a cui
assomigliava molto come personalità, lo è forse proprio per una
24
consapevolezza maggiore della tradizione. La Sexton, quindi, è
letterariamente più indifesa, e quando cade non ha la rete della
sofisticazione culturale a proteggerla, come invece Plath, Lowell, e
altri.
25
LA POESIA DI SYLVIA PLATH
La poesia di Sylvia Plath si impone come un’opera al nero, raggiunta
grazie a una specie di formula magica e non v’è dubbio che compia
una certa manipolazione magica delle parole. Certi suoni ripetuti, certe
melodie, refrain da ninna nanna, motivi da nursery rhyme che costellano
la sua poesia sono scaramantiche, valgono in quanto rappresentazioni
simboliche dell’angoscia, volte a tenerla a bada, e insieme a esprimerla.
Sylvia compone le sue poesie come fosse un intagliatore di diamanti,
ha bisogno dell’assoluto rigore della forma e mira a creare “cose
perfette”, sin da subito innamorata più di ogni altra cosa della morte.
Ma è nel 1960 che entra in crisi, scrive che le sue poesie sono “nate
morte”. Hanno “forma, numeri, tutto!”, ma non vivono, sa fin troppo
bene che la poesia è questione di respiro, confesserà:
I poeti che amo sono posseduti dai loro versi come dal ritmo
del loro respiro. Le loro poesie più belle danno l’impressione di
essere nate tutte intere, non messe insieme parola per parola.5
La sua lingua acquista una preveggenza cristallina, un rigore
impressionante. La metamorfosi comincia già con Poem for a Birthday
del 1959 con cui si libera della logica ritmica stringente, ragionata. Da
5 Cfr “Sylvia Plath: Opere” a cura di Nadia Fusini, Milano, Mondadori 2002, pag. XVIII
26
questo momento aleggia l’eco perturbante di una presenza sinistra, un
messaggero di morte. Nel diario scrive:
Il demone della negazione dentro di me mi tenterà un giorno
dopo l’altro e io lo combatterò come qualcosa al di fuori del
mio “io” essenziale,che lotterò per salvare.6
quell’io di cui dice:
Ho un buon io, che ama i cieli, le colline, le idee, i piatti
saporiti, i colori brillanti. Il mio demone vorrebbe ucciderlo
.7
Con le sue nuove poesie Sylvia crea l’equivalente espressivo di una
crisi interiore tradotta in organismo poetico sempre più libero, finché a
parlare non sarà più l’ “io” ma l’ “altra”; e le poesie, non più manufatti
preziosi per tessuto di rime e assonanze e metri, assumeranno
piuttosto le fattezze di automi vocali, vampiri che le succhiano il
sangue, fino alla trasformazione di se stessa in poesia. Si veda la stessa
poesia Ariel che darà poi il nome all’ultima sua raccolta pubblicata
postuma, si riporta qui l’ultima parte:
And I
Am the arrow,
The dew that flies
Suicidal, at one with the drive
Into the red
Eye, the cauldron of morning
.

6 Cfr. Sylvia Plath Diari, a cura di Frances McCullough e Ted Hughes,Milano, Adelphi Edizioni 2004, pag.216
7 Idem. pag 215
8 Cfr. “Sylvia Plath: Opere”, op.cit, pag.701

“E io/sono la freccia,//la rugiada che vola/suicida, fatta una con lo
slancio/dentro l’occhio//scarlatto,il crogiolo del mattino”.

Trad Nadia Fusini
27
Se Anne Sexton ha avuto il coraggio poetico di un’esposizione radicale
del proprio male di vivere, Sylvia, lo aveva se non nascosto,
combattuto come una debolezza. Adesso capisce che nel dolore
passato c’è non solo un significato esistenziale personale ma una
lingua da scoprire, così ritorna alla sua morte simbolica, all’estate del
’53, quando aveva 20 anni e comincia non solo a ritrarla in poesia ( si
veda Lady Lazarus) ma anche a pensare ad un romanzo in prosa che sia
il ritratto di quel passato, scrive così The Bell Jar pubblicato un mese
prima del suo suicidio.
Scritto velocemente e fortemente autobiografico, The Bell Jar impegnò
Sylvia Plath in una lunga e ossessiva gestazione. Annoterà nei diari
quando incombe il desiderio di scrivere un romanzo:
Amore e suicidio […]in più ambiente universitario […]Iniziare questa
estate. Schema: donna intelligente, lotta, trionfo: tolleranza del conflitto
eccetera. Che sia complesso, ricco, vivido. […]Rendilo denso, duro e, per
amor del cielo, non sentimentale.9
Il romanzo rievoca sentimenti ed esperienze dolorose nei colloqui con
lo psichiatra dell’università, quando cominciano a ripresentarsi i
sintomi del suo primo crollo, descrive l’esperienza dell’elettroshock e il
9 Cfr Sylvia Plath Diari,op.cit. pag.200
28
travolgente incontro con Ted Hughes, ma il tema principale resterà
sempre l’esperienza del suicidio e della follia.
29
 LA POESIA DI ANNE SEXTON
L’ambito della scrittura di Anne è sempre consapevolmente il
verosimile, non il vero, poiché, come lei affermò:
I mean it’s a difficult label ‘confessional’, because I’ll often
confess to things that never happened…So, you know, I
mean I’ll often assume the first person and it’s someone
else’s story.10
La verità poetica non è necessariamente autobiografica.
Essenzialmente la sua poesia si concentra da un lato sull’esistenziale,
raffigurando i rapporti interpersonali dentro e fuori la famiglia,
dall’altro sul metafisico, esaminando il rapporto con il divino in
un’epoca di crisi della religiosità tradizionale. Il punto di vista è
sempre individuale, sia che la poetessa dica “io”, sia che si avvalga di
una maschera. La sua è una poesia i cui esiti migliori non vanno
cercati nella precisione della parola, ma nell’intensità colloquiale e
nell’esuberanza delle immagini, c’è del teatro, un gusto di autodrammatizzazione,
e quindi di enfasi, di eccesso espressivo e retorico,
con i rischi facilmente intuibili che ne conseguono. La sua poesia
diviene onirica, a tratti surrealista, con accumulo di immagini connesse
in modi non logici. Non è un caso che per lei la parte più difficoltosa
della scrittura fosse a volte la punteggiatura, tanto da chiedere ai
10 Intervista con Barbara Kevles, 1974. Cfr.Anne Sexton: A biography, op.cit. pag.180
30
curatori dei suoi libri di aiutarla. La punteggiatura in poesia indica
essenzialmente l’andamento ritmico e l’articolazione del pensiero.
Quello della Sexton era più liberamente associativo che volto
all’architettura della subordinazione, e la sua sintassi è di conseguenza
sfumata e anche slegata. La metrica regolare non era per la Sexton un
indispensabile mezzo di analisi, per il semplice fatto che la sua non era
un’intelligenza analitica, e abbisognava di altre forme e di un altro
respiro, più ampio e fluido, meno misurato, come si può notare nella
terza strofa della poesia For Mr. Death Who Stands with His Door Open:

Time was when time had time enough
and the sea washed me daily in its delicate brine.
There is no terror when you swim in the buff
or speed up the boat and hang out a line.
Time was when I could hiccup and hold my breath
and not in that instant meet Mr.Death.11
11 Cfr.Anne Sexton: L’estrosa abbondanza,
op.cit, pag.134

Ci fu un tempo che il tempo aveva tempo/e il mare mi
lavava con delicata brezza./Non esiste il terrore quando si nuota nudi/ o si va forte in motoscafo e si lancia la lenza./Ci
fu un tempo che col singhiozzo il fiato trattenevo/ma in quell’istante il Sor Decesso non l’incontravo”
.Trad. Rosaria Lo
Russo.
31
 LA FIGURA DEL PADRE NELLA VITA POETICA
Non sfugge ad un’attenta analisi poetica delle opere di Sylvia ed Anne,
nel calderone di simboli ed emozioni forti e contrastanti, la presenza
del padre come elemento cardine, fonte di malessere e instabilità
psichica fino anche ad assumere il ruolo di oracolo che richiama alla
morte.
La figura del padre-demone di Sylvia, morto quando lei aveva solo
otto anni, è un continuo richiamo alla morte, presenza-assenza che l’ha
abbandonata continuando a perseguitarla. Da lui dipende come un
devoto ad un totem in The Colossus ma con Daddy prova ad ucciderlo,
distruggerlo per esorcizzarlo.
In The Colossus il padre è raffigurato come un Colosso di Rodi in
rovina, un idolo-oracolo che farfuglia cose insensate, e quindi anche
simbolo di una tradizione letteraria patriarcale generatrice e insieme
paralizzante

Mule-bry, pig-grunt and bawdy cackles/Proceed from your great
lips./ It’s worse than a barnyard.//Perhaps you consider yourself an
oracle,/ Mouthpiece of the dead, or of some god or other./ Thirty
years now I have labored/ To dredge the silt from your throat./I am
none the wiser
.

12 Cfr. “Sylvia Plath: Opere”op.cit., pag.368

“Ragli, grugniti, osceni schiamazzi/ escono dalle tue vaste labbra./Neanche
fossimo in un’aia.// Tu forse ti consideri un oracolo,/ portavoce dei morti, o di chissà quale dio./ Sono trent’anni ormai
che mi affatico/ per cavarti la melma dalla gola./ e ne so quanto prima
.”

Trad.Nadia Fusini.
32
Davanti a lui i sentimenti della figlia sacerdotessa, ancella, operaia,
formica, oscillano tra la frustrazione per la ricostruzione impossibile,
l’irriverente ironia, la sottomissione filiale e la nostalgica
contemplazione di ciò che resta di una grandezza che un tempo offriva
protezione. La poesia si chiude su una nota di rassegnazione
disincantata

Nights, I squat in the cornucopia/of your left ear, out of the
wind,//Counting the red stars and those of plum-color./The sun rises
under the pillar of your tongue./My hours are married to
shadow./No longer do I listen for the scrape of a keel/On the blank
stones of the landing
.13

Non arriverà nessuna nave, non ci sarà nessun ritorno e anche
nessuna partenza

“ Ted è un sostituto di mio padre in quanto presenza maschile e solo
per questo. L’idea dei suoi tradimenti con altre donne è un’eco della
mia paura del rapporto di mio padre con mia madre e con Madama
Morte.
”14

[…]Figura paterna- riferita a mio padre, alla musa uomo e diocreatore
sepolto e risorto in Ted per diventare il mio compagno”15
Ma Ted stanco delle sue nevrosi lascia Sylvia da sola con i suoi
fantasmi e lei, quattro mesi prima di suicidarsi, scrive Daddy in cui le
figure del marito e del padre si confondono nel tradimento
dell’abbandono. In questa poesia Sylvia controlla il proprio materiale
13 Inibid

Di notte mi accoccolo nella cornucopia/ del tuo orecchio sinistro, al riparo dal vento,//E conto le stelle rosse e
quelle color prugna./Il sole sorge da sotto la colonna della tua lingua./Le mie ore sono sposate all’ombra./Non tendo più
l’orecchio per sentire il raschio di una chiglia/ sulle pietre nude dell’approdo.
” Trad. Nadia Fusini

14 Cfr. Sylvia Plath Diari, op.cit., pag.333
15 Idem,pag.268
33
autobiografico con l’impiego ironico dei modi e dei ritmi della nursery
rhymes, di un linguaggio diretto e colloquiale, di calibrate ripetizioni
verbali e dell’uso comico-ossessivo della rima (su 80 versi 41 rimano in
/u/ di cui 15 con la parola you):

You do not do, you do not do/Any more, black shoe/In which I have
lived like a foot/For thirty years, poor and white/Barely da ring to
breathe or Achoo.//Daddy, I have had to kill you./You died bifore I
had time -/Marble-heavy, a bag full of God

Come immagine reale e simbolica, il padre che emerge dai testi di
Anne Sexton è una figura desiderata anche fisicamente e
irraggiungibile, autoritaria e violenta, il terrore per la quale non può
essere soppresso dalle versioni degradate e sovversive dei rapporti
esistenti fra loro. Oysters raffigura in modo simbolicamente suggestivo
quanto sfuggente l’iniziazione sessuale alla presenza di un Padre con
la “p” maiuscola: definendole come “padre-cibo”, la Sexton usa
imprevedibilmente le ostriche come figure della sessualità maschile

It was a soft medicine/ that came from the sea into my mouth,/
moist and plump […] I laughed and then we laughed/ and let me
take note -/there was a death,/ the death of childhood/ there at the
Union Oysters House/ for I was fifteen/ and eating oysters/ and the
child was defeated./ The woman won
.17

16 Cfr. “Sylvia Plath: Opere”,op.cit. pag. 650

“Non mi vai più, no,/non mi vai più, scarpa nera,/in cui per trent’anni ho
vissuto/come un piede, povera e bianca,/senza osare respiro o starnuto.//Ho dovuto ucciderti, papà./Sei morto prima che
avessi il tempo-/Pesante come marmo, otre pieno di Dio
…” Trad. Nadia Fusini,

17 Cfr.Anne Sexton: L’estrosa abbondanza, op.cit., pag.122

“Era un farmaco soave/che dal mare veniva alla mia
bocca/molle e grassoccio[…]E poi ho riso, abbiamo riso allora/e-fammelo scrivere-/c’è stata una morte,/ la morte
dell’infanzia/ là, alla Casa dell’Ostrica/ avevo quindici anni/e mangiavo le ostriche. Una bambina sconfitta: la donna
aveva vinto.”
Trad. Rosaria Lo Russo.
34
Più diretta e inquietante l’azione del genitore in How we danced, dove si
rievoca un matrimonio al quale la poetessa adolescente danzò con il
padre, finché, inebriati dell’ossigeno dello champagne scrive la Sexton,

You danced with me never saying a word./ Instead the serpent
spoke as you held me close./ The serpent, that cocker, woke up and
pressed against me/ like a great god and we bent together/ like two
lonely swans.
18

Ma i desideri proibiti sono sinistri e minacciosi, e non si possono
esorcizzare: così se il Papà Natale nell’omonima poesia è un pagliaccio,
in Divorce, Thy Name is Woman si trasforma al contrario in dybbuk, cioè
lo spirito di un morto di morte violenta che possiede un vivo, o anche,
in Papà Warbucks, in un “animale nazinipponico” analogo all’aguzzino
nazista tratteggiato in Daddy da Sylvia Plath.
18 Inibid pag.124

 “Tu ballavi con me, senza dire una parola./ Ma il serpente parlò quando mi hai stretta più forte./ Quel
serpente, beffardo, si destò al contatto/ s’eresse come un grande dio e noi l’una nell’altro/ i colli reclini attorcigliammo
come due cigni solitari.”
Trad Rosaria Lo Russo.
35
 LA RELIGIOSITA’ NELL’OPERA DI SYLVIA E ANNE
Un altro aspetto della Plath e della Sexton molto discusso dalla critica è
l’attenzione per la religione e la metafisica. La religiosità in Sylvia
prende parte a quel conflitto interiore tra accettazione e rifiuto di sé e
della sua esperienza. La sua ricerca e i suoi dubbi a proposito, le fanno
scrivere nel diario:
Sto leggendo l’autobiografia di santa Teresa: l’orrore della
contraddizione tra ‘l’ammirazione per la reliquia e il fasto’ e
l’anima pura. Dov’è, dov’è Gesù? Forse solo le suore e i monaci gli
si avvicinano,ma persino loro sono vittime dell’orrida brama
compiacente di disgrazia, che a suo modo è [altrettanto] perversa
della brama di felicità di questo mondo.19
Sylvia si sente “ossessionata da Dio” nella sua poesia, sebbene si
dichiari atea continua a cercare, interrogare quel Dio che dovrebbe
pur esserci, lo trova e lo perde in continuazione. Si legga per
esempio Mystic, una poesia sull’esperienza e il suo dopo:

Once one has seen God, what is the remedy?
Once one has been seized up
Whitout a part left over
Not a toe, not a finger, and used,
Used utterly, in the sun’s conflagrations, the stains
That lengthen from ancient cathedrals
What is the remedy
?20

19 Cfr Sylvia Plath: Diari,op.cit. pag.339
20 Cfr. “Sylvia Plath: Opere”, op.cit. pag.795

Quando si è visto Dio, qual è il rimedio?/ Quando si è stati afferrati e
sollevati/ senza che una sola parte sia tralasciata,/ non un dito, non un capello, e usati, / usati fino in fondo, nelle
conflagrazioni del sole, nelle macchie / che si allungano da antiche cattedrali / qual è il rimedio?”
Trad. Nadia Fusini
36
La domanda è se dopo l’estasi si possa solo ricorrere a deboli rituali,
incapaci di ricrearla, o alla memoria incapace di rievocarla: in ogni
caso l’immediatezza dell’esperienza e la sua verità svaniscono e
l’unione statica con Dio scema nella tenerezza.21
Negli ultimi mesi della sua vita Sylvia è completamente sola,
abbandonata, costretta alla vita domestica, “gli dei”, bestemmia,
conoscono soltanto destinazioni”.22 Dio stesso è “una macchina
calcolatrice
” a cui chiede: “Devi uccidere tutto quello che puoi?”23
Ted Hughes racconta che diverse volte nelle ultime due o tre
settimane di vita dice cose come: “Ho visto Dio che continua a
raccogliermi da terra” e “Sono piena di Dio
”. Ma in “Years” il Dio
della Plath è vuoto, amnesia, indifferenza e lei non ha più parole da
rivolgergli, con lui interrompe il dialogo:
O God, I am not like you
In your vacuous black,
Stars stuck all over, bright stupid confetti.
Eternety bores me,
I never wanted it […]
And you, great Stasis –
What is so great in that!

21 Cfr.Note di commento a cura di Anna Ravano in “Sylvia Plath: Opere”, op.cit. pag.1703
22 Idem, pag.726
23Idem, pag.602
24 Idem, pag 752

“Oh Dio, io non sono come te/ nel tuo nero vacuo,/ pieno zeppo di stelle, sciocchi coriandoli di luce./
L’eternità mi annoia,/ non l’ho mai voluta.[…] E tu, grande Stasi -/ Dov’è tutta questa grandezza
!” Trad. Nadia Fusini
37
Lo stimolo alla riflessione in Anne fu dovuto alla sua incertezza di
fondo in questo campo. Anne provò ad affrontare la cristianità, non
soltanto dal punto di vista della sua formazione protestante e
anglosassone , ma risalendo ai fondamenti latino-cattolici di essa. E non
ci riuscì, perché in fondo non voleva cercare una fede-rifugio (e per
questo la sua esperienza è stata mortale, fino al suicidio) non cercava,
insomma consolazione, ma cercò e riuscì a proporre, con la sua poesia,
la destituzione della religione cristiana come istituzione. Anne riuscì a
mettere a nudo l’ipocrisia del sistema che ingabbia le donne occidentale
in ruoli prestabiliti dai padri, in dottrine oscuranti piuttosto che in
libertà di fede. With Mercy for the Greedy esprime il bisogno e
l’impossibilità di credere (“il bisogno non è esattamente fede”25), oltre
all’idea che la scrittura poetica sia un atto di confessione di valore anche
religioso

[…]I was born
doing reference work in sin, and born
confessing it. This is what poems are:
with mercy
for the greedy,
they are the tongue’s wrangle,
the world’s pottage, the rat’s star
.26

25 Cfr.Anne Sexton: L’estrosa abbondanza, op.cit, pag.16
26Idem, pag.55 “Io sono nata/ compilando bibliografie sul peccato,/ e confessandolo. Le poesie sono questo:/ con pietà/
per gli avidi,/sono le liti della lingua,/ il minestrone del mondo, l’astro del sorcio.” Trad. Rosaria Lo Russo.
38
Spesso la Sexton insiste sul legame fra l’esperienza del sacro e la follia.
Dio viene presentato come perdita di una parte di sé, una sorta di
schizofrenia, si veda per esempio The Sickness unto Death:
God went out of me
as if the sea dried up like sand paper,
as if the sun became a latrine.
God went out of my fingers.
They became stone.
My body became a side of mutton
and despair roamed the slaughterhouse
.27

Altrove l’attacco ai concetti dell’ortodossia diventa più esplicito. In
altri casi Dio viene semplicemente immaginato come invidioso della
vita corporale. Questi esempi servono ad illustrare la fase finale della
scrittura sextoniana, fase che trova il suo vertice in The Awful Rowing
Toward God. La raccolta sintetizza la quest sextoniana del divino,
tratteggiando un percorso che approda questa volta ad una meta, il
“molo dell’isola detta Dio” dell’ultima lirica The Rowing Endeth. In
questo testo la poetessa incontra un Dio tradizionale (cioè maschio) che
in una partita a poker la batte grazie ai suoi cinque assi: la ribellione è
fallita e la poetessa è di nuovo sottomessa pur parlando di un “duplice
trionfo”.
27 Inibid pag 156

Dio uscì da me/ come se il mare fosse diventato/ secco come la carta vetrata,/ come se il sole fosse
diventato una latrina./ Dio uscì dalle mie dita./ Esse divennero pietra./ Il mio corpo si trasformò in un pezzo di carne di
montone/ e disperata vagai per il mattatoio.”
Trad. Rosaria Lo Russo
39
LA MORTE COME REDENZIONE
Tutta la poesia di Sylvia Plath e Anne Sexton nasce da quella intima
necessità della morte, da quella fuga dalla realtà e verso la fine che è
un tentativo di essere altro da sé, una fuga che lascia le sue impronte
su fogli sofferti, macchie di inchiostro utili o inutili, ma necessari a
quell’entità poetante che non può fare a meno di vomitare strada
facendo la sua anima, fino a che non sarà più capace di illudersi con
questo estremo tentativo di salvezza che è la poesia.
Adrienne Rich scrisse alla commemorazione della loro morte:
Diverse poetesse si sono suicidate e diverse donne, diversi
esempi di autodistruzione come unica forma di violenza
permessa alle donne.28
Sylvia Plath aumenta l’uso di figure macabre e violente nelle poesie
degli ultimi anni e tali figure si avviluppano in stupefacente intimità
colloquiale al motivo di una creatura che si affanna intorno alla morte,
per il gusto di coglierla in flagrante esercizio, e se fosse possibile, per
superarla. Quasi la morte fosse il suo doppio. Ma accade qualcosa di
più: quel motivo lo acquisisce al suo mondo immaginario, ne fa lo
spirito immortale (come in Ariel), il messaggero della morte, della sua
morte. Allora si lascia trasportare nuda, inerme, accetta il rischio
28 Adrienne Rich in Anne Sexton: A biography, op.cit, pag 397
40
dell’autodistruzione pur di toccare la verità dell’esistenza. Finora
Sylvia si era illusa che il suo sogno di verità si fosse concretizzato nella
realtà: nell’essere moglie di un poeta, nell’essere lei stessa poetessa,
nell’essere madre, ma si accorge che il reale non è all’altezza del sogno:
lei non è felice, quell’ideale è una menzogna. Si accorge che Ted, il
ricordo del padre, il conflitto con la madre sono tutte maschere con cui
lei aveva immaginato la sua esistenza e l’aveva trasportata in poesia.
Prende il sopravvento un sé profondo, un sé altro che scuce l’esistenza
reale, finchè l’”io” riemerge come “altro” e si rivela nella maschera
dell’omicida: è livido, rosso, ferito, leonino, non crede che alla propria
distruttività:
Out of the ash
I rise with my red hair
And I eat men like air
.29
Sylvia Plath aveva già sentito in fondo all’anima i vagiti di questo sè
assassino che finora aveva tenuto a bada, finalmente lo libera e si
afferra alle poesie: qui il creatore e la creatura sono una cosa sola. Le
ultime poesie sono infatti più reali della vita concreta, più reali della
stessa Sylvia che invece sta disintegrandosi, finché si arriva ad Edge,
29Cfr “Sylvia Plath: Opere”,op.cit.,pag.1703 “Dalla cenere/ sorgo con i miei capelli rossi/ e divoro gli uomini come
aria” trad. Nadia Fusini.
41
scritta sei giorni prima di uccidersi e “probabilmente un atto di catarsi,
o di difesa, o forse un atto di preparazione”.30Qui è riportata per intero:

The woman is perfect./ Her dead// Body wears the smile of
accomplishment,/ The illusion of a Greek necessity// Flows in the
scrolls of her toga,/ Her bare// Feet seem to be saying:/ We have
come so far, it is over.//Each dead child coiled, a white
serpent,/One at each little//Pitcher of milk, now empty./ She has
folded//Them back into her body as petals/ Of a rose close when
the garden// Stiffens and odors bleed/From the sweet, deep throats
of the night flowers.//The moon has nothing to be sad
about,/Staring from her hood of bone.//She is used to this sort of
thing./Her blacks crackle and drag
.31

Dove per “donna perfetta” si intende ultimata, cioè morta. Ed Anne
Sexton prenderà la morte di Sylvia come punto di riferimento per
realizzare la sua, dirà infatti: “Sleeping Beauty remained perfect”32.
Anche Anne Sexton nasce “suicida” e anche lei come Sylvia cerca di
nascondere il suo demone interno che descrive come:
Some terribile evil, some truth, that’s always around even when
everything’s all right33
Anne cerca di condurre una vita normale, per potersi poi svegliare e
cominciare la sua fuga dalla vita. Dice di sé:
30 Cfr.Note di commento a cura di Anna Ravano in “Sylvia Plath: Opere”, op.cit. pag 1708
31 Cfr. “Sylvia Plath: Opere”, op.cit. pag. 809

La donna ora è perfetta./Il suo corpo//morto ha il sorriso della
compiutezza,/l’illusione di una necessità greca/fluisce nei volumi della sua toga,/i suoi piedi// nudi sembrano
dire:/Siamo arrivati fin qui, è finita.//I bambini morti si sono acciambellati,/ciascuno, bianco serpente,//presso la sua
piccola brocca di latte, ora vuota./ Lei li ha raccolti//di nuovo nel suo corpo come i petali/di una rosa si chiudono
quando il giardino// s’irrigidisce e sanguinano i profumi/ dalle dolci gole profonde del fiore notturno.// La luna,
spettatrice nel suo cappuccio d’osso,/ non ha motivo di essere triste.//E’ abituata a queste cose./I suoi neri crepitano e
tirano.”
trad. Nadia Fusini.
32 Cfr. Anne Sexton: A biography, op.cit. pag 201
33Idem, pag 178 “Un demone terribile, una verità, che è sempre qui intorno anche quando tutto va bene”, [trad.mia]
42
I was trying my damnedest to lead a conventional life […]But
one can’t build little white ticket fences to keep nightmares out.
The surface cracked when I was about twenty-eight. I had a
psychotic break and tried to kill myself.34
Numerosi infatti i tentativi di suicidio di Anne ed era questo che
accomunava molto le due donne. Con la morte di Sylvia Anne pensa
sempre più spesso alla sua e confiderà ad un’amica:
The person who takes drugs can’t explain why they want to do it,
there’s no reality reason. Drugs are addicting, suicide is
addicting too. Sylvia Plath had the suicide inside her. As I do. As
many of us do. But, if we’re lucky, we don’t get away with it and
something or someone forces us to live.35
Nel caso di Anne, a salvarla è soprattutto il Dr. Orne, il suo
psicanalista che la indirizza verso la poesia come terapia, o gli stati di
trance autoindotti che le servivano per cancellare la propria instabile
identità, percepita come minacciosa o semplicemente detestata. Ma la
morte è sempre in agguato, la sorveglia, anzi è lei, Anne, a sorvegliarla
con quelle che lei chiama le kill me pills, potenti barbiturici che portava
sempre con sé, nella sua borsa in modo da essere pronta ad uccidersi.
La sua dipendenza dagli psicofarmaci è descritta in The addict
34 Idem, pag 35 “Stavo tentando l’impossibile per condurre una vita tradizionale…ma non si possono costruire piccole
palizzate bianche per tenere lontani gli incubi. La superficie si spezzò quando avevo circa 28 anni. Ebbi un attacco di
panico e tentai di uccidermi.” [trad. mia]
35Idem, pag 200 “ Chi fa uso di droghe non sa spiegare perché lo fa, non c’è una ragione in particolare. Le droghe danno
dipendenza, il suicido anche. Sylvia Plath aveva il suicidio dentro di sé. Come me.Come molti. Ma, se siamo fortunati,
non la facciamo franca e qualcosa o qualcuno ci costringe a vivere”. [trad.mia]
43
Don’t they know/ that I promised to die!/I’m keeping in practice./
I’m merely staying in shape./ The pills are a
mother[…]/Stubborn as hell, they won’t let go./ It’s a kind of
marriage./ It’s a kind of war/ where I plant bombs inside/ of
myself.36
Anche Anne, come Sylvia nell’ultimo periodo della sua vita si rifugia
nella solitudine, diventa pretenziosa, insofferente, irascibile con gli
amici, la morte è pronta, ciò che la trattiene ancora è la scrittura. Ed è
infatti in questo periodo che scrive The Death Notebooks e The Awful
Rowing Toward God la sua ultima raccolta scritta in venti giorni. La
morte commista col sacro e la follia ormai l’attanaglia, in Clothes
immagina come sarà vestita il giorno della sua morte:
Put on a clean shirt/before you die, some Russian said./ Nothing
with drool, please,/ no eggs spots, no blood,/ no sweat, no sperm./
You want me clean, God, so I’ll try to compl
y 37.
In For Mr. Death Who Stands with His Door Open si prende gioco della
Signora Morte ancora una volta prima di pronunciare il suo ultimo
adieu con The Rowing Endeth:
Mr. Death, when you came to the ovens it was short
And to the drowning man you were likewise kind,
And the nicest of all to the baby I had to abort
And middling you were to all the crucified combined.
But when it comes to my death let it be slow,
Let it be pantomime, this last peep show,
so that I may squat at the edge trying on

36 Cfr.Anne Sexton: L’estrosa abbondanza, op.cit., pag78

“Si vede che non sanno/che mi sono proposta di
morire!/Faccio gli allenamenti./ Mi mantengo semplicemente in forma./ Le pillole sono una madre[…]Sono
diabolicamente testarde, non vogliono lasciarmi./ E’ come una specie di matrimonio./E’ una specie di guerra/ in cui
vado disseminando bombe/dentro di me.”
.Trad Rosaria lo Russo37 Idem, pag.138 “Indossa una camicia pulita/ prima di morire, disse un russo:/ Niente sbrodolature, per piacere,/ né
macchie d’uovo, né di sangue/ né di sudore, né di sperma./ Tu mi vuoi monda, Dio,/ allora cercherò di accontentarti.”

Trad Rosaria Lo Russo
44
my black necessary trousseau38.
Sylvia Plath muore l’11 febbraio 1963, la sua tomba recherà scritto:
Even amidst fierce flames the golden lotus can be planted39
Anne Sexton muore il 4 ottobre 1974, la sua tomba recherà scritto:
Rats live on no evil star40
38 Idem, pag.136

Sor Decesso, quando andasti ai forni fu corto,/ e cortese altrettanto fosti con l’affogato,/ e più carino
di tutti col bimbo mio dell’aborto/ e fosti così e così anche coi crocefissi tutti./ Ma quando vieni alla mia morte fa’ che
sia uno slow,/ l’ultima pantomima, l’ultimo porno show,/ perché devo ancora una volta provare/ prima di potermi
davvero spaparanzare/ nella mia nera cassapanca nuziale
.” Trad Rosaria Lo Russo
39 “Anche tra fiamme violente si può piantare il Loto d’oro”[trad. mia]
40“I ratti non vivono su nessun astro malvagio”[trad. mia] Palindromo inventato da Anne Sexton per cui scriverà al suo
psichiatra: “If I write RATS and discover that rats reads STAR backwards, and amazingly STAR is wonderful and good
because I found it in rats, then is star untrue? […] Of course I KNOW that words are just a counting game, I know this
until the words start to arrange themselves and write something better than I would ever know. […] I don’t really
believe the poem, but the name is surely mine so I must belong to the poem. So I must be real…When you say “words
mean nothing” then it means that the real me is nothing. All I am is the trick of words writing themselves.” Cfr. Anne
Sexton: A biography, op. cit., pag. 82
45
Bibliografia
- Sylvia Plath Opere, Mondadori, Milano 2002, a cura di Anna Ravano
- Sylvia Plath Diari, Adelphi Editore, Milano 2004, a cura di Frances McCullough e Ted
Hughes
- Anne Sexton L’estrosa abbondanza, ,Crocetti Editore, Milano 1997, a cura di Rosaria Lo
Russo, Antonello Satta Centanin, Edoardo Zuccato
- Diane Wood Middlebrook Anne Sexton: A biography, ed. Houghton Mifflin, Boston 1991
- Poesia n° 157, gennaio 2002, Crocetti Editore, Milano, a cura di Edoardo Zuccato
Webgrafia
- www.biografieonline.it
- www.pol-it.org
- www.encanta.it

Una Risposta a 'S.Plath e A.Sexton'

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  1. anna detto,

    Le mie due poetesse preferite..complimenti!


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